Europe 2031

Quanto ci costerà sbagliare sull'IA

Daan Juijn, Stan van Baarsen, Judith Dada, Maximilian Negele, Lily Stelling, Philip Fox, Alex Petropoulos, and Michiel Bakker.Testo e revisione: Tom Chivers.

11 giugno 2026

Le dodici stelle dell'UE si dissolvono in polvere di pixel, incorniciando al centro un mosaico di una mappa dell'Europa che si sgretola.

La traiettoria attuale dell'IA richiede l'agenda politica più ambiziosa della storia dell'Europa del dopoguerra. Se non ci muoviamo ora, l'Europa perderà la capacità di plasmare il proprio futuro. Finiremo ai margini, economicamente e politicamente, con valori che non saremo più in grado di difendere, sistemi di welfare che non potremo più finanziare, rischi che non sapremo affrontare e un'Unione che faticherà a reggere.

Marzo 2031 — Washington, D.C.

Caroline si spruzza acqua fredda sul viso e si guarda nello specchio del bagno. Le tremano le mani. Si aggrappa al bordo del lavandino e aspetta che passi. Dalla piccola finestra in alto vede una striscia di cielo di Washington, piatta e luminosa.

In fondo al corridoio, sei persone stanno decidendo il destino del continente europeo. Non sa se le sue parole avranno un qualche effetto.

Sospetta di no.

Questa è la storia di come l'Europa potrebbe scivolare verso l'irrilevanza: di come l'IA stia accelerando questo processo e di che cosa si possa ancora fare per cambiare rotta.

È raccontato attraverso due personaggi immaginari: Caroline Dubois, una funzionaria francese che si occupa di politiche pubbliche a Bruxelles, e Christian Vogt, il fondatore tedesco di un'azienda di IA in rapida crescita, appena trasferitosi nella Silicon Valley. I personaggi sono inventati, ma gli eventi che attraversano sono radicati in tendenze reali e costruiti per essere plausibili.

Per capire come l'Europa rischi di sprecare la rivoluzione dell'IA, dobbiamo tornare all'inizio del 2025. Perché la storia che stiamo per raccontare è già cominciata.

Gennaio 2025 — DeepSeek: cercate e troverete

L’ufficio di Caroline Dubois è in fermento. Stamattina un’azienda cinese, DeepSeek, pubblica un nuovo modello di IA, chiamato R1. È economico ed efficace e, anche se nessuna azienda europea ha avuto alcun ruolo nel suo sviluppo, Bruxelles è in fibrillazione.

Caroline lavora sulle tecnologie digitali alla Direzione generale del commercio e della sicurezza economica, DG TRADE, la parte della Commissione europea che si occupa di cose come dazi e controlli all’esportazione. Caroline ha ventotto anni, è lì da tre e sente di essersi guadagnata il rispetto dei colleghi e dei superiori; ma lei, a differenza loro, è seriamente preoccupata per il futuro dell’Europa, e la notizia di DeepSeek non l’ha rassicurata. Di recente è stata nella Silicon Valley. Dista 9.000 chilometri da Bruxelles, ma sembra ancora più lontana. L’idea che l’IA stia innescando una nuova rivoluzione industriale è un’ovvietà in California; al contrario, negli uffici della Commissione europea rasenta la fantascienza.

L’ascesa di R1 entusiasma i suoi colleghi perché la vedono come la prova evidente che si può addestrare IA di punta senza le risorse dei giganti della Silicon Valley. I decisori europei scommettono sull’idea che sia possibile battere gli americani d’astuzia: essere piccoli, agili e intelligenti, fare meglio senza le centinaia di miliardi di dollari che stanno finendo in data center americani faraonici e in giganteschi addestramenti di modelli.

L’idea ha senso. DeepSeek avrebbe sviluppato R1 a una frazione del costo di ChatGPT di OpenAI o di Claude di Anthropic, ma per quanto si riesca a capire è quasi altrettanto potente. Ha persino la nuova funzione di “ragionamento” che i modelli americani stanno iniziando a introdurre, in cui il modello espone il proprio processo di pensiero su una sorta di bloc-notes virtuale. E i suoi parametri, i valori numerici che fanno del modello ciò che è, sono disponibili pubblicamente. Chiunque può far girare il modello sulla propria infrastruttura, libero dalla dipendenza dalla tecnologia americana.

Pur sentendosi in parte rinvigorita dal clima di speranza a Bruxelles, Caroline non è ancora pronta a unirsi al coro. Ascolta con attenzione le voci più caute, che fanno notare come i grandi guadagni di efficienza non siano affatto una novità: Anthropic, Google DeepMind e OpenAI li trovano di continuo. DeepSeek ha ricercatori brillanti e si è mossa in fretta, ma presto si scontrerà con i limiti della potenza di calcolo; la Cina semplicemente non ha abbastanza “compute” per addestrare modelli da quando gli Stati Uniti hanno ristretto le esportazioni dei chip per l’IA di punta che la Cina non può produrre in patria. Sostengono che fare progressi in termini di efficienza sia molto più facile se si dispone di molto compute per cercarli. Lo stesso CEO di DeepSeek ha sottolineato che il loro problema principale è il divieto statunitense all’esportazione di chip per l’IA.

E così la Silicon Valley resta in larga parte indifferente a R1. Gli hyperscaler non rallentano i loro enormi investimenti nell’IA. Pochi giorni dopo R1, OpenAI pubblica o3-mini, un modello più impressionante di R1 e un segnale che il progresso americano è ancora rapido.

A Bruxelles, la notizia di o3 passa quasi inosservata. Prenderne atto vorrebbe dire accettare che l’accelerazione dell’IA continua, spinta da enormi aziende americane guidate da CEO di cui non ci si può fidare.

Caroline non sa bene che cosa pensare. Era in California tre settimane prima, e ciò che ha visto lì le è rimasto addosso.

Era stata ospite di Christian Vogt, un vecchio amico dei tempi del suo periodo di scambio a Berkeley, mezzo decennio prima: lei a Sciences Po, lui alla TU Munich, due delle principali università europee. Christian si era trasferito a San Francisco tre anni prima, proprio mentre lei iniziava a lavorare per la Commissione, per fondare un’azienda che costruiva modelli per immagini e video. La startup di IA era ancora minuscola, ma aveva appena chiuso una Series A e Christian, estroverso com’era, conosceva tutti.

L’intera visita l’aveva scossa. Il team di Christian faceva orari folli: settimane da settanta o ottanta ore, persone che dormivano in ufficio. E quando lui l’aveva portata a una cena a casa di un altro fondatore di startup a Hayes Valley, aveva trovato le conversazioni quasi incomprensibili; non per i dettagli tecnici, ma per la profonda convinzione che il mondo stesse per cambiare radicalmente. “Entro gennaio 2026, penso che la maggior parte del mio codice sarà scritta da Claude”, aveva detto un ospite con tono del tutto normale. Il padrone di casa aveva detto di aver smesso di assumere ingegneri junior perché ChatGPT avrebbe presto scritto codice da junior meglio di loro. Qualcuno aveva accennato, di passaggio, che secondo lui l’intelligenza artificiale generale, cioè un’IA migliore di qualunque essere umano nella maggior parte dei compiti, sarebbe arrivata probabilmente nel giro di due o tre anni. Caroline aveva chiesto che cosa avrebbe significato per l’Europa, visto che in Europa manca un settore dell’IA competitivo. Ma nessuno a quel tavolo aveva davvero pensato all’Europa, se non come a un possibile grattacapo di conformità normativa.

Nel Waymo verso l’appartamento di Christian, Caroline gli aveva detto che l’intera visita l’aveva disorientata. Christian aveva riso e l’aveva rassicurata: dopo qualche mese nella Silicon Valley, anche lei avrebbe cominciato a “sentire l’AGI”. Caroline si era chiesta se Christian e la sua cerchia facessero parte di una strana bolla, perfino di una setta, o se fosse lei a vivere in un mondo che stava già scivolando nel passato.

Di ritorno a Bruxelles, aveva pensato di raccontare al suo direttore quello che aveva visto durante il viaggio, ma le sembrava impossibile esprimerlo a parole. Le persone con cui aveva parlato erano tra le più intelligenti che avesse mai incontrato. Erano calme, acute, e sembravano ben informate. Dentro di lei sentiva l’urgenza di dare pieno peso a ciò che le avevano detto e di convincere gli altri a fare lo stesso. Eppure le loro affermazioni sarebbero sembrate del tutto folli in una sala riunioni della Commissione dall’altra parte del mondo. Così non disse nulla.

Il giorno dopo la pubblicazione di R1, il telefono vibra. È Christian.

Christian: ok quindi a bruxelles stanno esultando per deepseek???
Caroline: Il mio direttore dice che dimostra che possiamo ancora recuperare…
Christian: lol
Christian: dimostra solo che i modelli di ragionamento funzionano e che la cina è capace di costruirli
Christian: e comunque o3-mini è meglio, ma non se lo fila nessuno
Christian: il tuo direttore dovrebbe venire a farsi un giro a SF
Caroline: Magari.

Mette giù il telefono. Non è sicura che Christian abbia ragione, ma non è sicura nemmeno che abbia torto. Le voci caute su R1 le sembrano ragionevoli. Anche quelle entusiaste.

Febbraio 2025 — Plug, baby, plug

Tre settimane dopo R1, Emmanuel Macron ospita a Parigi l’AI Action Summit.

La serie di summit era nata intorno alla sicurezza e al coordinamento internazionale, tanto che l’edizione 2023 nel Regno Unito si chiamava AI Safety Summit, ma l’edizione 2025 è diversa. Il contesto geopolitico si è irrigidito. La Russia avanza logorando l’Ucraina; Donald Trump è tornato alla Casa Bianca da due settimane e già minaccia dazi sui prodotti europei. L’Europa ora si concentra sulla competitività, non sulla sicurezza. E il tempismo è buono: DeepSeek sembra aver dimostrato che recuperare terreno è possibile, e potrebbe perfino essere economico. L’Europa vuole far presente che prende l’IA sul serio.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen annuncia un fondo InvestAI da 200 miliardi di euro, che include un’iniziativa AI Gigafactories da 20 miliardi di euro per costruire quattro o cinque grandi data center per l’IA sul suolo europeo. Macron presenta la Francia come il posto migliore in Europa per sviluppare IA: grazie al suo enorme parco nucleare, dice, agli sviluppatori non resta che attaccare la spina — “plug, baby, plug”.

Dopo tre anni a Bruxelles, Caroline sa che bisogna guardare oltre le cifre da prima pagina. I 200 miliardi di euro sono in gran parte fondi già esistenti presentati sotto una nuova veste, insieme all’ipotesi che l’industria europea investa capitali propri. Solo una parte è davvero nuova, e anche quella è spalmata su cinque anni. Le viene un brivido quando li confronta con gli investimenti in data center annunciati dagli hyperscaler americani, destinati a superare i 400 miliardi di dollari nel solo 2025. Eppure vuole credere che il clima stia cambiando, e che l’Europa si stia finalmente svegliando.

Christian: 200 miliardi?
Caroline: Diciamo che è più un auspicio.
Christian: gli americani stanno mettendo soldi veri
Christian: quel progetto in texas lo stanno costruendo davvero
Christian: tipo ci sono i bulldozer
Caroline: Lo so.
Christian: a Bruxelles come l’hanno presa, Altman, Ellison e Masayoshi Son sul palco con Trump?
Caroline: Be', non proprio benissimo.

Che il clima sia cambiato o meno, parte dell’entusiasmo si spegne quando il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance pronuncia al summit un discorso durissimo contro l’Europa. Due giorni dopo, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, rincara la dose. Le telecamere inquadrano i leader europei in sala, quasi costretti a mordersi la lingua.

Nelle settimane successive, i superiori di Caroline arrivano a una conclusione: il rapporto transatlantico è ormai compromesso. Washington non è più affidabile: non sulla difesa, non sull’energia e, a quel punto è chiaro, nemmeno sulla tecnologia. La “sovranità” diventa la nuova parola d’ordine nelle capitali europee.

Ma la sovranità è più facile da proclamare che da costruire, e non è chiaro se la spinta produrrà qualcosa di concreto, almeno nell’IA. Caroline sospetta che, mentre i leader dichiarano di voler puntare sulla nuova tecnologia, il vecchio scetticismo resti ben vivo sotto la superficie. Uno dei suoi colleghi, un funzionario senior, riflessivo, che lei stima, le lascia intendere a pranzo poco dopo i discorsi di Vance che forse non servono affatto enormi data center per far funzionare l’IA. Il motivo? Sam Altman, Larry Ellison e Donald Trump sono saliti tutti su un palco a sostenere il contrario.

A Caroline sembra una posizione semplicistica, ma comprensibile: a Bruxelles la diffidenza verso Trump e l’élite della Silicon Valley è profonda. A preoccuparla, però, è il riflesso automatico: se loro dicono che fuori c’è il sole, non significa per forza che sia notte.

Agosto 2025 — Bolle per sempre

Dopo Parigi, l’entusiasmo europeo per l’IA si affievolisce. Il vertice ha offerto spettacolo, ma i mesi successivi sono fatti di lavoro politico lento, denso e tutt’altro che glamour. Costruire un ecosistema continentale dell’IA, si scopre, richiede cose che gli annunci da soli non possono creare: talenti, capitali, energia, e il know-how e la determinazione necessari per coordinarli. La natura in gran parte illusoria dei 200 miliardi di euro è ormai chiara a tutti, e l’euforia iniziale si è quasi del tutto dissolta.

Negli Stati Uniti, invece, non c’è alcun rallentamento. La corsa ai talenti si fa sempre più feroce: Meta, rimasta un po’ indietro rispetto alla frontiera dell’IA, sottrae ai rivali i migliori ricercatori con stipendi che fanno sembrare sottopagati persino i calciatori della Premier League. Mark Zuckerberg arriva perfino a preparargli la cena di persona per conquistarli. L’amministrazione Trump pubblica la sua strategia nazionale per l’IA, intitolata Winning the Race, che descrive la transizione dell’IA come “una rivoluzione industriale, una rivoluzione dell’informazione e un rinascimento: tutto insieme”.

Gli europei, che si considerano più pragmatici degli americani, trovano quella retorica esagerata e i suoi messaggeri poco credibili. Caroline sente parlare sempre più spesso di “bolla dell’IA”. I suoi colleghi hanno già visto dirigenti tech gonfiare l’utilità dei propri prodotti. “Vi ricordate gli NFT?”, dice uno. “Quelle immagini di scimmie che la gente comprava per 50.000 dollari?”

Christian: come va il discorso sulla bolla
Caroline: È ovunque. Il mio direttore l'ha detto tre volte in una riunione ieri.
Christian: aspetta che vedano i ricavi di anthropic
Christian: quest'anno arrivano a 9 miliardi
Christian: partendo da tipo 1 miliardo l'anno scorso.
Christian: è una roba gigantesca!!!
Caroline: Lo farò presente.
Christian: non lo farai

Lei lo fa presente. Nessuno, però, sembra particolarmente entusiasta. Alcuni colleghi osservano che Anthropic continua a non fare utili.

La narrativa della “bolla” viene rafforzata dall’uscita di GPT-5. OpenAI spinge moltissimo il modello: Sam Altman pubblica un’immagine della Morte Nera; i dipendenti parlano dell‘“anno dell’agente IA”. Ma per il pubblico il modello in sé è piuttosto deludente, sostanzialmente una versione più rifinita del modello o3 già esistente. Continua ad avere allucinazioni e a fare errori sciocchi.

A Bruxelles, gli scettici dell’IA si prendono la loro rivincita. “Te l’avevo detto che l’IA stava andando a sbattere contro un muro”, dice a Caroline un collega davanti a una birra a Place du Luxembourg. Lo dice con gentilezza. Negli ultimi mesi, Caroline è diventata nota nella sua unità come quella che difende l’IA, un’etichetta che non è sicura di meritare. Non è ancora certa che i suoi colleghi abbiano torto; anche lei trova che GPT-5 sia stato davvero deludente. Forse gli americani stanno esagerando. Forse Bruxelles ha ragione.

D’altra parte, alcuni esperti sostengono che GPT-5 sia più o meno ciò che ci si poteva aspettare, considerata la traiettoria esponenziale delle capacità dell’IA: o3 era uscito solo pochi mesi prima. Ma gli scettici europei restano impermeabili a questi argomenti, complice lo scivolone di marketing di OpenAI: promettere troppo e mantenere troppo poco.

Caroline: Che ne pensi di GPT-5?
Christian: è stato un mezzo flop. avrebbero dovuto lanciare o3 con quel nome.
Christian: ma la capacità di fondo continua ad avanzare
Christian: negli ultimi mesi abbiamo usato o3 nella nostra pipeline ed è assurdo

Il denaro continua ad affluire nei grandi laboratori statunitensi e la corsa alla costruzione di data center prosegue, ma quel denaro sembra rimbalzare avanti e indietro come una pallina da ping-pong: Oracle e OpenAI firmano un accordo da 300 miliardi di dollari sul compute, gran parte dei quali sarà spesa in chip NVIDIA; NVIDIA, a sua volta, accetta di investire 100 miliardi di dollari in OpenAI. A San Francisco, gli accordi sono visti come la prova del carattere trasformativo della tecnologia: le vecchie regole non valgono più. A Bruxelles, tutto questo ricorda i credit default swap del 2007: complesso, circolare, instabile e con ogni probabilità destinato a finire male.

È per questo che il round da 1,7 miliardi di euro della francese Mistral, finanziato in larga parte dal produttore olandese di macchine per litografia ASML, viene accolto come una grande vittoria per l’Europa, anche se è venti volte più piccolo di quello di OpenAI. La narrativa della bolla fa sì che pochi, in Europa, si preoccupino davvero del fatto che le aziende di IA abbiano troppo poco capitale. Se l’IA è sopravvalutata, e con lei i suoi mega-round di finanziamento, non c’è motivo di avere fretta.

Novembre 2025 — Mondi lontani

A novembre, Anthropic rilascia Claude Opus 4.5. Niente tweet della Morte Nera, niente conto alla rovescia, niente evento. Il modello è valido, migliore di GPT-5 secondo quasi tutti, ma il lancio è, per gli standard del 2025, poco spettacolare.

Spettacolare, invece, è quello che le persone cominciano a farci.

La svolta degli agenti IA arriva, ma non come molti l’immaginavano. All’inizio, in primavera e in estate, i principali laboratori rilasciano vari prodotti capaci di controllare direttamente il computer: spostano il mouse, compilano moduli online, navigano tra le schermate di prenotazione. Belli in teoria, quasi inutilizzabili nella pratica. Molti di quelli che li provano concludono che gli agenti IA non sono ancora pronti per il grande pubblico.

Poi si scopre che a funzionare davvero sono gli agenti che scrivono codice. Claude Code di Anthropic, uno strumento da terminale, diventa, insieme al nuovo Opus 4.5, la sorpresa dell’anno. L’amico di Christian aveva ragione: quando arriva gennaio, la maggior parte delle righe di codice a Hayes Valley è davvero scritta dall’IA. Gli sviluppatori capiscono in fretta che il codice è l’interfaccia universale: se sai scrivere codice, puoi fare tutto ciò che un computer è in grado di fare. Vuoi mandare un’e-mail? Non aprire Gmail: chiedi a Claude Code di scrivere uno script. Vuoi organizzare dei documenti? Claude Code, scrivi uno script.

A San Francisco, questa diventa la norma. Si parla di “Claude Code mania”. Gli sviluppatori bruciano migliaia di dollari al mese in token e si rifiutano di andare a dormire senza prima aver messo in coda attività da far completare a Claude durante la notte. Sono convinti, a ragione, che il vantaggio sia tutto dalla loro parte: i guadagni di produttività sono straordinari. Anthropic diventa l’azienda a più rapida crescita della storia.

Christian: ormai la maggior parte del nostro codice è scritto da claude
Christian: non intendo assistito, dico proprio scritto tutto end to end
Christian: i miei ingegneri lo gestiscono come un team di personale junior
Christian: solo che non dorme mai :D
Caroline: È una buona cosa per i tuoi ingegneri?
Christian: per ora sì
Christian: enorme aumento di produttività
Christian: i lab lo usano internamente e i loro progressi stanno accelerando
Christian: tipo accelerando in modo visibile
Christian: e ora stanno rilasciando un nuovo opus ogni tre mesi
Christian: prima era ogni sei

Caroline legge i messaggi in metro, mentre va al lavoro. Quando arriva alla scrivania, ha deciso: ne parlerà alla riunione mattutina della sua unità.

Non va come sperava. Cita i guadagni di produttività, i nuovi dati sui ricavi, cicli di rilascio sempre più compressi, i laboratori che usano la propria IA per costruire la generazione successiva di modelli. La sala ascolta con cortesia. Qualcuna le chiede se abbia un qualche studio peer-reviewed a sostegno di quei guadagni di produttività. Qualcun altro osserva, con garbo, che gli agenti IA per il grande pubblico sono stati una delusione per tutto l’anno. Caroline risponde che gli agenti per consumatori non sono il punto; il punto è l’auto-miglioramento. La discussione va avanti.

I suoi colleghi, in ogni caso, di fatto non possono usare Claude o ChatGPT sui dispositivi di lavoro, per via delle regole interne. Gli strumenti IA americani sono considerati un rischio per la protezione dei dati. La Commissione offre un proprio “GPT”, che in sostanza è un wrapper intorno a un paio di vecchi modelli open source. Il personale che dovrebbe regolare i sistemi di IA di frontiera, perlopiù, non può usarli.

Caroline torna nel suo ufficio esasperata dall’ostinazione dei colleghi, cercando di ricordare quando, esattamente, abbia smesso di avere dubbi sulle capacità dell’IA.

Febbraio 2026 — Guerra su due fronti

La prima metà del 2026 non è, realisticamente, il momento ideale perché l’Europa faccia progressi ponderati sulla politica dell’IA. Succedono molte cose. A gennaio, le forze speciali statunitensi fanno irruzione a Caracas e rapiscono Nicolás Maduro. Pochi giorni dopo, Trump minaccia di invadere la Groenlandia. A febbraio, Stati Uniti e Israele bombardano l’Iran. I prezzi del petrolio schizzano. Trump minaccia di lasciare la NATO se gli alleati europei non manderanno navi per aiutare a riaprire lo stretto di Hormuz.

Poi il Dipartimento della Guerra (DoW) entra in guerra con Anthropic.

La rottura nasce da una disputa contrattuale. Anthropic aveva concesso in licenza i suoi modelli al Dipartimento della Guerra e, col tempo, quei modelli erano diventati essenziali per le sue operazioni militari, comprese quelle in Venezuela. Il contratto prevedeva due linee rosse: Claude non poteva essere usato per armi letali completamente autonome, né per la sorveglianza di massa dei cittadini statunitensi. Anthropic aveva insistito su questi termini fin dall’inizio.

Il Pentagono ora vuole rinegoziare quei termini e, quando Anthropic rifiuta, la disputa degenera rapidamente. All’inizio, il DoW minaccia di costringere Anthropic a fornire accesso senza restrizioni attraverso il Defense Production Act. Poi cambia strategia e fa l’opposto: designa l’azienda come un rischio per la catena di fornitura, una definizione di solito riservata alle società che il governo considera compromesse da potenze straniere ostili. Secondo il segretario alla Guerra, la designazione impedisce a qualunque altra azienda che lavori con il Pentagono di fare affari con Anthropic. Di fatto, significherebbe distruggerla: dopotutto, tutti i fornitori di capacità di calcolo di Anthropic lavorano anche con il DoW.

Caroline: Cosa servirebbe perché Anthropic si trasferisse nell'UE?
Christian: non lo faranno
Christian: sono patrioti. vogliono che l'america vinca.
Christian: potreste provare ad allentare copyright e tutele del lavoro
Christian: snellire i permessi per i data center. costruire in fretta e tanto. agevolazioni fiscali
Caroline: Non passerà. Non siamo la Silicon Valley.
Christian: potreste almeno rendere più attraente per loro espandersi in europa
Caroline: Qui hanno paura che si trasferiscano a Londra.
Christian: e perché sarebbe un problema?

Caroline resta incollata alle notizie. I pezzi si incastrano in modo inquietante. Il governo statunitense capisce la posta in gioco dell’IA e ora cerca di mettere fuori gioco un’azienda perché non riesce a controllare chi sta costruendo questa tecnologia. A Bruxelles, ai funzionari è vietato usare strumenti di IA di frontiera per scrivere memo; a Washington, gli stessi strumenti vengono usati per pianificare operazioni militari.

Anthropic ottiene un’ingiunzione preliminare contro la designazione come rischio per la catena di fornitura, ma il rapporto tra l’azienda e il governo è ormai compromesso.

Marzo 2026 — La frontiera selvaggia

A novembre, Francia, Germania e Commissione europea avevano annunciato la Frontier AI Initiative. Il piano era istituire, entro la fine del primo trimestre del 2026, l’organizzazione di ricerca sull’IA senza scopo di lucro meglio finanziata al mondo. L’Europa, diceva l’annuncio, dispone di tutti i talenti e i dati di cui ha bisogno e sta costruendo capacità di calcolo attraverso le sue Gigafactory. Quello che le manca è un’iniziativa capace di mettere a sistema questi vantaggi. Gli addetti ai lavori erano entusiasti.

Ma quando il primo trimestre finisce, non c’è nessuna organizzazione non profit. Mettere su da zero un istituto di ricerca di livello mondiale è difficile, soprattutto quando si è colpiti da una crisi geopolitica dopo l’altra. Non aiuta neppure il fatto che le persone che consigliano l’iniziativa diano indicazioni del tutto contraddittorie: alcuni dicono che gli LLM sono un vicolo cieco per raggiungere l’AGI e che la non profit dovrebbe cercare un nuovo paradigma. Altri vogliono trovare una nicchia specifica, che sia l’IA per la scienza o l’IA per l’industria. Altri ancora dicono di prepararsi al futuro del calcolo quantistico. Nel gruppo di persone che la Commissione ha deciso di consultare, non c’è neanche l’ombra di un consenso.

Anche il denaro scarseggia. La Francia ha enormi problemi di debito; il nuovo ciclo di bilancio della Commissione europea è ancora a due anni di distanza; la Germania ha soldi, ma ha appena accettato di costruire l’esercito convenzionale più forte d’Europa.

Se la Frontier AI Initiative non sarà finanziata adeguatamente, non potrà offrire la capacità di calcolo né i compensi necessari per competere con i laboratori statunitensi. E senza questi strumenti sarà difficile attrarre talenti di livello mondiale. Senza talenti di livello mondiale, a sua volta, sarà difficile ottenere altri finanziamenti. Circolano voci secondo cui la Frontier AI Initiative sia intrappolata in un circolo vizioso fin troppo familiare alle ambizioni tecnologiche europee: le istituzioni esitano a impegnarsi finché il progetto non dà prova di funzionare, ma il progetto non può funzionare senza un impegno vero.

A marzo, OpenAI raccoglie 122 miliardi di dollari in un solo round.

Caroline: Conosci qualcuno che potrebbe guidare bene la Frontier Initiative?
Christian: con uno stipendio da bruxelles?
Caroline: pare siano disposti fare eccezioni
Christian: provo a chiedere in giro
Christian: sai che funziona solo se eliminate tutta la burocrazia vero?
Christian: come ha fatto il regno unito
Christian: cmq hai visto il round di openai?
Caroline: Sì.
Christian: è più di quanto tutte le aziende europee di IA abbiano mai raccolto messe insieme
Christian: in un solo round

Aprile 2026 — Mythos

Anthropic annuncia Claude Mythos, il modello di IA più potente mai realizzato.

I test interni di Anthropic rivelano che il modello è così abile nella programmazione e nella ricerca in cybersecurity da aver contribuito a individuare migliaia di vulnerabilità finora sconosciute in tutti i principali sistemi operativi e browser web. Alcune risalgono a decenni fa, rimaste invisibili in basi di codice esaminate per anni da migliaia di sviluppatori e ricercatori di sicurezza informatica. Mythos le ha trovate in poche settimane.

Quasi da un giorno all’altro, Anthropic è diventata una delle organizzazioni più capaci al mondo nel campo della cybersecurity. Decide che Mythos non potrà essere rilasciato finché i team di difesa non avranno avuto il tempo di correggere le falle ancora presenti nei loro software.

L’azienda lancia Project Glasswing: una coalizione difensiva che offre accesso esclusivo a Mythos a un piccolo gruppo di partner — tra cui AWS, Apple, Google, Microsoft, Nvidia, CrowdStrike — per trovare vulnerabilità prima che possano essere sfruttate dagli avversari. L’obiettivo è mettere in sicurezza l’infrastruttura software statunitense prima che i modelli open source raggiungano capacità offensive comparabili, cosa che secondo Anthropic potrebbe accadere entro sei-dodici mesi.

L’AI Security Institute del Regno Unito — che ha costruito competenze di IA all’avanguardia nel governo — viene invitato ai test, ma nessuna azienda e nessun governo europeo riceve accesso.

Christian: immagino tu abbia sentito parlare di glasswing
Caroline: Sì.
Christian: non c'è nemmeno un’azienda europea dentro
Caroline: Lo so.
Christian: l'intero stack software del continente sarà vulnerabile rispetto alle capacità IA americane
Christian: qualcuno a bruxelles si rende conto di cosa significa?

Molti europei dubitano che Mythos sia potente quanto sostiene Anthropic. “Stanno gonfiando i loro prodotti”, sogghigna un giurista della Commissione europea, esperto di politiche agricole, seduto al tavolo accanto a Caroline in mensa. “Oh no, abbiamo costruito un’arma nucleare. Ma tranquilli, possiamo vendervi un rifugio antiatomico!” Quando Caroline obietta, il giurista le fa notare che è impossibile verificare le affermazioni di Anthropic finché il modello non viene rilasciato. “Comodo, no?”

Caroline riesce a malapena a trattenere la frustrazione. Perché tutte queste grandi aziende dovrebbero associare pubblicamente il proprio nome a Project Glasswing, se fosse tutta una montatura? Com’è possibile che Mozilla abbia individuato, solo nell’ultimo mese, venti volte più vulnerabilità del normale? Lavora tutta la notte a una nota sulle implicazioni strategiche dell’esclusione europea da Glasswing, e riesce a ottenere un briefing d’urgenza con il suo direttore, che si mostra molto più ricettivo.

Nelle settimane successive, l’UE e i governi degli Stati membri fanno pressione su Anthropic perché conceda loro l’accesso: i leader europei riconoscono una minaccia alla sicurezza nazionale quando ce l’hanno davanti. Anthropic è prudente, ma disponibile a discutere. Quando però l’azienda annuncia infine di voler estendere l’accesso a Mythos ad altre settanta organizzazioni, molte delle quali europee, la Casa Bianca si oppone. Non è sicuro, dicono. Inoltre, la capacità di calcolo di Anthropic è limitata: più partner significano meno risorse per i carichi di lavoro del governo statunitense.

Un mese prima, l’amministrazione statunitense voleva mettere Anthropic fuori gioco. Ora vuole tenere il modello più potente dell’azienda quasi tutto per sé. Trova una scappatoia per consentire alle agenzie di accedere a Mythos tramite Glasswing mentre la designazione legata alla catena di fornitura resta tecnicamente in vigore. All’improvviso, la Casa Bianca decide che con Anthropic si può lavorare, dopotutto. Il presidente continua a definirla “woke”, ma ora anche “molto intelligente”.

Giugno 2026 — Disincanto

Dopo diciotto mesi di attesa, DeepSeek rilascia il suo modello successivo, V4. È notevole, considerate le risorse limitate dell’azienda, ma resta almeno sei mesi indietro rispetto alla frontiera statunitense. DeepSeek ammette di non avere abbastanza compute per servire il modello su larga scala. L’azienda che per un momento aveva convinto l’Europa che il compute non contasse resta vincolata dal compute più che mai.

L’Europa arranca ancora più della Cina. Mistral resta ancora più indietro. Riesce a raccogliere altri 830 milioni di euro, in un round 150 volte più piccolo dell’ultimo di OpenAI. Alla disperata ricerca di altro capitale, comincia a parlare con investitori statunitensi. Circola la voce che SpaceX, il conglomerato di razzi e IA di Elon Musk, stia valutando un’acquisizione.

Christian: mistral potrebbe davvero vendere a spacex
Caroline: Il governo francese non lo permetterebbe mai.
Christian: però hanno bisogno di accedere a enormi quantità di compute e capitale
Christian: secondo me o vendono o continuano la svolta verso la consulenza
Christian: in ogni caso, è la fine dell'ia di frontiera europea
Christian: cioè finisce qui. non ce n'è un'altra

Sul fronte delle infrastrutture, il quadro è altrettanto cupo. Il più grande supercomputer per l’IA negli Stati Uniti assorbe 1.250 megawatt. Il più grande in Europa, 83. Il piano per le Gigafactories è in forte ritardo: l’entrata in funzione è ormai prevista per il 2029. I vincoli di bilancio ne ridurranno ulteriormente l’ambizione. Anche se domani una Gigafactory cadesse dal cielo già pronta, sarebbe grande circa un decimo del più grande data center statunitense per l’IA. L’Europa ospita appena il 5 per cento della capacità di calcolo globale destinata all’IA. Gli Stati Uniti, l’80.

Certo, ci sono anche frammenti di buone notizie: SoftBank, la stessa azienda salita sul palco con il presidente Trump, ha promesso di investire 45 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni per costruire capacità di data center per l’IA in Francia. Ma Caroline ha imparato a prendere promesse del genere con le pinze. Fluidstack, un fornitore cloud che prevedeva di costruire un data center su scala gigawatt vicino a Parigi, ha da poco abbandonato l’idea e, come se non bastasse, ha spostato la sede da Londra agli Stati Uniti. Anche OpenAI ha ridimensionato i propri piani per costruire un grande data center nel Regno Unito, citando ostacoli regolatori.

Quando, a giugno, l’UE annuncia il suo attesissimo pacchetto sulla sovranità tecnologica, Caroline accoglie il clamore con sentimenti contrastanti. Da un lato, la diagnosi è corretta: l’Europa è davvero diventata troppo dipendente dalla tecnologia statunitense. Anche una delle soluzioni che lei aveva suggerito finisce nel pacchetto, sotto forma di una proposta per creare zone dedicate in cui l’industria possa costruire data center per l’IA più rapidamente.

Dall’altro lato, i conti non tornano. L’obiettivo dichiarato dell’UE è attrarre 200 miliardi di euro di capitale privato per data center IA entro il 2036: un quarto di quanto gli hyperscaler statunitensi spendono nel solo 2026. Quando Caroline lo spiega a un amico, lui le risponde: “Quindi proponete un programma decennale grande quanto la loro spesa in conto capitale di un trimestre e la chiamate mobilitazione storica?”

Dopo lunghe trattative, Anthropic promette finalmente l’accesso a Mythos a un gruppo selezionato di europei. Ma mentre gli uffici legali stanno ancora definendo i dettagli contrattuali, Anthropic sta già addestrando Mythos 2.0. Peggio ancora, il presidente degli Stati Uniti ha appena firmato un ordine esecutivo che chiede alle aziende di IA di frontiera di consentire “volontariamente” al governo statunitense di esaminare i loro modelli per valutarne i rischi cyber, e permette alle agenzie federali di accedere a quei modelli prima di qualunque rilascio pubblico.

I dettagli di questa revisione di sicurezza nazionale restano vaghi, ma l’impianto è abbastanza chiaro. Qualsiasi modello abbastanza potente da fare la differenza — un “covered frontier model”, nel linguaggio dell’ordine esecutivo — passa ormai prima da Washington: il governo ottiene fino a trenta giorni di accesso federale esclusivo prima del rilascio, oltre alla possibilità di influire su quali “partner fidati” possano usare il modello prima della distribuzione pubblica completa.

Caroline lo legge due volte. La finestra di trenta giorni è gestibile, ma il potere di selezionare i partner significa che chi ottiene il modello mentre è ancora avanti rispetto alla frontiera open source viene ora deciso a Washington, attraverso un processo classificato, senza alcun motivo particolare per inserire un nome europeo nella lista.

Christian: hai visto l'executive order?
Christian: d’ora in poi è glasswing ma per ogni modello next-gen
Christian: non c'è una clausola sugli alleati. neanche una
Caroline: Lo so.
Christian: quindi se l'europa avrà accesso anticipato ai modelli di frontiera
Christian: ora è una decisione discrezionale della NSA
Christian: ogni tre mesi, per sempre

Nel frattempo, Anthropic e OpenAI continuano a registrare una crescita esponenziale dei ricavi; la prima è avviata a raggiungere 100 miliardi di dollari annualizzati entro fine anno, e firma accordi d’emergenza sul compute per servire una base clienti in rapida espansione. Nei laboratori di IA, i flussi di lavoro interni cambiano ormai ogni mese circa, via via che i modelli rendono possibili nuovi modi di lavorare. I ricercatori gestiscono sciami di agenti che si occupano della maggior parte del codice. L’IA contribuisce alla propria ricerca e sviluppo, migliorando se stessa e usando quei progressi per diventare più brava a migliorarsi. Pochi mesi prima, la Federal Reserve statunitense aveva pubblicato una ricerca secondo cui i livelli di occupazione tra gli ingegneri software junior sono significativamente inferiori alle attese. Le azioni delle società software crollano, perché gli investitori presumono che i potenti modelli di IA per la programmazione finiranno per mangiarsi il loro mercato.

Caroline lo aveva visto arrivare da diciotto mesi. E non era riuscita a fermarlo.

Lo Scenario

Fin qui, tutto ciò che abbiamo raccontato è accaduto veramente: solo le vicende di Caroline e Christian contengono elementi di finzione. Da qui in avanti entriamo nello scenario. Non indicheremo più singole aziende di IA e useremo invece attori inventati: Atlas per la principale azienda statunitense di IA, Helios per la principale azienda europea e Zimo per quella cinese.

Le dodici stelle dell'UE, per metà dissolte in polvere di pixel.

Agosto 2026 — Il bivio

Nel febbraio 2026, il cancelliere tedesco compie una visita di Stato in Cina. A Hangzhou visita fabbriche di veicoli elettrici e robotica. Secondo fonti interne rientra con un’urgenza nuova: i produttori tedeschi resteranno indietro rispetto ai concorrenti cinesi se non accelerano. Per questo prepara un viaggio simile a San Francisco. Negli ultimi mesi, dirigenti d’azienda ed economisti tedeschi che stima, insieme a banchieri americani, gli ripetono che la rivoluzione dell’IA non è una bolla. Vuole vederla con i propri occhi. È accompagnato da una delegazione industriale.

Il cancelliere non è facile da impressionare, ma questa volta rientra più silenzioso di quando è partito. Capisce che le élite europee hanno letto male gli ultimi diciotto mesi. Mentre discutevano se l’IA avrebbe incontrato un muro, la tecnologia ha corso più di quanto persino gli ottimisti avessero previsto. Mentre soppesavano l’importanza dell’IA, questa rivoluzionava l’ingegneria del software e la cybersicurezza. E mentre lodavano le proprie iniziative di IA sovrana, la dipendenza dai fornitori statunitensi non faceva che approfondirsi.

Nei giorni successivi tiene una serie di lunghe telefonate con il presidente francese e con la presidente della Commissione europea. Tutti e tre ritengono che l’Europa sia arrivata a un punto di svolta. L’IA diventerà sempre più potente. Non c’è alcuna buona ragione per credere che si fermerà al livello umano. Riorganizzerà i mercati del lavoro, le architetture di sicurezza e l’equilibrio di potere tra continenti. L’Europa dipende dagli altri ed è impreparata. Se bisogna cambiare rotta, va fatto adesso.

Il punto è capire come. I consiglieri tecnici chiedono mano libera sul piano regolatorio per i fornitori di data center e per le altre aziende della catena di approvvigionamento hardware. Solo una risposta estrema è proporzionata alla posta in gioco, dicono. L’IA innescherà una nuova rivoluzione industriale; se l’Europa non si industrializza rapidamente, resterà indietro. Deve muoversi più in fretta di quanto abbia mai fatto in tempo di pace.

I consiglieri politici chiedono una risposta più contenuta, avvertendo che i governi potrebbero non sopravvivere alla reazione pubblica contro un pacchetto del genere. Alla gente l’IA non piace; Francia, Germania e UE devono affrontare molte altre sfide importanti, e solo una piccola frazione degli elettori ne capirà la necessità. La “risposta efficace”, dicono, rischia di essere efficace soprattutto nel porre fine a carriere politiche.

Settembre 2026 — Una visione positiva

Al vertice franco-tedesco sulla sovranità dell’IA a Strasburgo, il presidente francese e il cancelliere tedesco pronunciano un discorso congiunto. Il testo porta la mano dei loro consiglieri politici.

Caroline lo guarda da casa, a Lille. I due leader parlano di determinazione e di destino. L’Europa, dicono, non può più permettersi di dipendere da altri per le tecnologie che definiranno il suo futuro, una lezione che ha già imparato nell’energia e nella difesa. L’Europa deve dunque costruire la propria IA di frontiera.

La sfida è enorme ma superabile, dicono. Servono investimenti, regole che costringano i fornitori americani a giocare pulito e un pubblico disposto a comprare europeo. Gli slogan funzionano.

Nelle settimane successive, gli annunci sull’IA arrivano quasi ogni giorno. Il piano è sommergere gli scettici e infondere un senso di speranza. La Frontier AI Initiative riceve finalmente fondi adeguati, con un’iniezione di capitale da 2 miliardi di euro. Vengono annunciate altre quattro Gigafactory. Partono nuovi programmi per l’adozione dell’IA. La Commissione europea contesta a un fornitore americano di modelli di IA per finalità generali il mancato rispetto dell’AI Act. Apre anche, ai sensi del Digital Services Act, due procedimenti per rischio sistemico sulla gestione della disinformazione generata dall’IA, invocando le disposizioni più aperte della legge.

Al centro del pacchetto c’è una proposta della Commissione, sostenuta da Francia e Germania: un Regolamento sulla sovranità digitale che impone, entro il 2032, l’esecuzione dei carichi di lavoro critici del settore pubblico esclusivamente su cloud e software di IA europei. Niente più IA americana; niente cloud americani. Il modello sono gli obiettivi climatici europei: una scadenza vincolante che concentra le energie e garantisce ai fornitori europei un grande bacino di clienti futuri.

Le misure vengono accolte bene. Lo sganciamento dagli Stati Uniti è popolare, e i commentatori lo presentano come politica industriale per l’era dell’IA: finalmente l’Europa sostiene le proprie aziende tecnologiche. Persino i colleghi più scettici di Caroline ammettono che qualcosa, finalmente, si muove.

Alcuni economisti ed esperti di politica tecnologica esprimono dubbi. Dicono che l’Europa non può più evitare compromessi sgradevoli. Gli investimenti sono troppo piccoli e non creano abbastanza leva: dove sono gli incentivi di mercato per costruire compute su larga scala in territorio europeo? Gli obiettivi di acquisto pubblico, dicono, non affrontano problemi fondamentali come il mercato unico frammentato, leggi sul lavoro rigide che danneggiano le startup e l’adozione dell’IA, o norme nazionali che di fatto chiudono settori come sanità e servizi legali. E se le azioni regolatorie ai sensi dell’AI Act sono ben giustificate, quelle ai sensi del Digital Services Act sembrano almeno in parte motivate politicamente. Forse l’Europa dovrebbe scegliere con più cura le battaglie da combattere.

Ma le élite europee sono stanche del pessimismo. Questa è una visione positiva, un’occasione per compattarsi. Se i decisori hanno dubbi, quasi tutti restano inespressi.

Caroline di dubbi ne ha eccome. Teme che l’intero pacchetto sulla sovranità dell’IA presuma che, tra sei anni, l’Europa avrà ancora un settore di IA di frontiera degno di essere protetto. E se non fosse così?

Scrive una nota su questo punto, chiedendo misure che costruiscano leva negoziale: un piano di riserva nel caso in cui Helios, il campione europeo dell’IA, non riesca a colmare il divario, o le Gigafactory deludano le aspettative, o gli obblighi di acquisto europeo lascino le amministrazioni con strumenti peggiori di quelli americani. Il suo direttore legge la nota con attenzione. È, le dice, un contributo ponderato. Promette di inoltrarlo ai livelli superiori.

Christian: 2032? 100% sovrano?
Christian: qual è il piano b?
Caroline: Non ce n'è.
Christian: ovvio che no

In privato, il cancelliere tedesco e il presidente francese si dicono a vicenda di aver fatto ciò che era possibile. Neppure loro possono forzare così tanti vincoli politici tutti insieme. Il sistema non avrebbe più retto.

Giugno 2027 — Finestre che si chiudono

L’estate successiva, il laboratorio cinese Zimo rilascia i pesi di un modello di IA di classe Mythos. Le capacità cyber offensive che Anthropic aveva tenuto chiuse dietro Project Glasswing sono ora disponibili a chiunque. Non tutti hanno intenzioni benevole.

Le nuove capacità permettono agli hacker di bucare senza sforzo vecchi software commerciali mal difesi. Università europee, ospedali, governi regionali: qualunque istituzione che non abbia pagato per una cyberdifesa di classe Mythos si ritrova chiusa fuori dai propri sistemi, con indirizzi di wallet di criptovalute sugli schermi e nessuna opzione se non pagare. Solo chi usa l’IA per difendersi ha una possibilità. La gente si infuria contro i laboratori di IA: hanno scatenato la malattia e ora vendono la cura, spesso a caro prezzo.

L’Europa scopre nel modo più diretto possibile l’effetto del suo tentativo di sovranità. Il Regolamento sulla sovranità digitale è appena passato e diversi Stati membri hanno cominciato ad adeguare gli appalti con largo anticipo. Nella cyberdifesa, Atlas, il leader americano dell’IA, è molto avanti rispetto a Helios, il campione europeo. Le agenzie più impegnate nell’agenda “compra europeo” — organizzazioni che hanno acquistato esclusivamente da fornitori europei — sono ora quelle che pagano i riscatti.

Le organizzazioni che hanno tenuto da parte un contratto americano se la cavano meglio. Ma anche loro usano difese di seconda fascia. Dall’Executive Order in poi, il governo statunitense dà informalmente il via libera al rilascio di ogni nuovo modello di frontiera. Il risultato è che i migliori modelli cyber americani arrivano in Europa da due a sei mesi dopo il rilascio sul mercato interno, pericolosamente vicini alla frontiera open source, e molto dopo che gli hacker americani vi hanno accesso. Ufficialmente, è una questione di sicurezza e supervisione. Ufficiosamente, Washington ha scoperto un vantaggio asimmetrico che non ha alcun interesse a cedere.

Caroline passa gran parte di giugno in chiamata con i governi nazionali. Le conversazioni sono brevi e sgradevoli.

Christian: come sta gestendo bruxelles l'ondata ransomware
Caroline: Male. Le politiche di sovranità si stanno facendo sentire.
Christian: che ironia
Caroline: Da qui non fa ridere.
Christian: scusa. hai ragione

Proprio mentre la situazione in Europa diventa insostenibile, sia gli Stati Uniti sia la Cina annunciano restrizioni severe sull’open source dei modelli di IA di frontiera. Washington invoca la sicurezza nazionale, indicando l’accelerazione della R&S degli avversari e la proliferazione di capacità cyber autonome. Pechino parla di stabilità sociale e ordine. Per una volta, i due governi sono arrivati alla stessa conclusione: i pesi dei modelli di frontiera sono diventati troppo pericolosi per essere regalati a chiunque.

Uscendo dall’ufficio la sera dell’annuncio cinese, Caroline nota intorno a sé un sollievo diffuso. Il pacchetto dell’UE sulla sovranità tecnologica celebrava l’open source come contrappeso al dominio americano nell’IA. Eppure i suoi colleghi sono sollevati. L’ondata ransomware rallenterà. L’offensiva smetterà di avanzare; la difesa recupererà terreno. La crisi, concordano i colleghi, è stata contenuta. Pochi sembrano pensare ancora a cosa significhi il divieto dell’open source per le dipendenze crescenti dell’Europa.

Gennaio 2028 — Tirare le somme

Sedici mesi dopo Strasburgo, Caroline viene promossa e passa a un’altra squadra.

I progressi dell’IA sono ancora più rapidi che nel 2026, proprio come avevano previsto i CEO delle aziende tech. Gli agenti ora gestiscono fogli di calcolo, progettano software, usano strumenti finanziari. Un modello genera un’immagine; un altro apre Photoshop e clicca attraverso cinquanta iterazioni finché la composizione non è giusta. Caroline assiste a una demo di un agente che naviga un software aziendale al doppio della velocità umana senza un solo passo falso, e lo trova inquietante. I principali laboratori statunitensi sono ormai sulla buona strada per automatizzare la stessa ricerca sull’IA; Atlas si quota in borsa, la sua capitalizzazione di mercato tocca i quattromila miliardi di euro, e ormai tutti concordano che l’IA è la nuova grande rivoluzione.

Anche il gruppo di testa si assottiglia, per effetto dell’esplosione dei requisiti di capitale e dei volani di R&S nell’IA. Le aziende americane di IA in quarta e quinta posizione restano ancora più indietro. Una sta valutando di far confluire la propria ricerca di frontiera in una partnership con il laboratorio leader; un’altra avvia in parallelo un servizio cloud e prova a produrre chip per l’IA.

Helios, sospinta dall’onda della sovranità europea, mantiene una posizione notevole: circa un anno e mezzo dietro la frontiera americana. Raccoglie miliardi da nuovi investitori europei e riesce a trattenere i talenti.

Il divario relativo è immutato, il che lo rende una specie di vittoria. Il divario assoluto, però, racconta un’altra storia. Nel 2023, diciotto mesi erano una generazione. Ora che il progresso delle capacità ha accelerato e i cicli di iterazione si sono accorciati, sono diverse generazioni. E i sistemi di IA non sono più semplici chatbot: gestiscono campagne di scoperta di farmaci, automatizzano matematica e cybersicurezza, e svolgono grandi parti del lavoro di molti colletti bianchi.

Un vecchio amico di Caroline, ingegnere software in una banca retail francese, le racconta davanti a un bicchiere di vino che nella banca per cui lavora vige una politica di IA sovrana. Può usare Atlas solo in parte: non è autorizzato a caricare nulla di sostanziale, nemmeno i nomi delle colonne in un dataset. Potrebbe usare Helios, ma funziona peggio. Quindi, nella pratica, fa girare Atlas sul suo portatile personale e copia i file da una parte all’altra.

Lo schema si ripete dentro la maggior parte delle grandi aziende europee. Tutti sanno che succede, ma nessuno lo dice ad alta voce.

Eppure alcuni politici di Bruxelles conservano la speranza.

La Frontier AI Initiative lavora a pieno regime. Francia e Germania investono molto capitale politico nell’organizzazione non profit. Hanno deciso di offrire retribuzioni competitive e sono riuscite ad assicurarsi profili di alto livello, alcuni con esperienza nei laboratori americani. Una delle scommesse di ricerca dell’Initiative — world model utilizzabili per addestrare robot — produce lavori promettenti che attirano attenzione internazionale.

Il bilancio UE 2028 sblocca nuovi finanziamenti consistenti per l’IA nella scienza: medicina, materiali, energia pulita, aree in cui l’Europa potrebbe ancora plausibilmente vincere. I piloti di adozione, dopo un avvio accidentato, stanno dando risultati positivi. I medici sono più produttivi. Gli insegnanti riportano risultati migliori per i loro studenti.

Per ora la catastrofe occupazionale annunciata non arriva. Anche nei settori ad alta adozione, l’IA non riduce in modo significativo i posti di lavoro. E i lavoratori che sanno orchestrare sistemi di IA — consulenti, avvocati, ingegneri software, analisti, designer — vedono aumentare produzione e salari. Giudizio, relazioni con i clienti e responsabilità diventano più importanti man mano che l’IA assorbe il lavoro più ripetitivo.

In un’intervista, un primo ministro europeo ammette che l’Europa è partita lentamente, ma insiste: il recupero è iniziato e l’IA europea sta alimentando un nuovo boom di produttività. Caroline gliela inoltra quando torna a casa.

Caroline: Forse il mio capo non è poi così male.
Christian: goditi il boom di produttività
Christian: è un indicatore ritardato

Maggio 2028 — La stretta del compute

Il mondo ora reclama a gran voce più compute, subito.

Per ogni precedente strozzatura nella catena di approvvigionamento dei chip per l’IA si era trovata una soluzione. Quando scarseggiavano le fab, TSMC e Samsung ne hanno costruite altre. Quando le reti elettriche statunitensi non riuscivano a reggere nuovi data center, i laboratori di IA compravano motori mobili a gas, generando da soli l’energia sul posto. Quando la high-bandwidth memory (HBM) ha iniziato a scarseggiare, la capacità è stata sottratta ai prodotti di consumo: i prezzi degli smartphone sono schizzati, ma il problema ricadeva su altri. Questa strozzatura, però, è diversa.

ASML, il gigante olandese dei semiconduttori, è l’unica azienda in grado di produrre le macchine EUV che TSMC usa per fabbricare chip per l’IA. La produzione è salita da sessanta a ottantacinque macchine l’anno: un vero miglioramento, ma del tutto insufficiente di fronte all’impennata della domanda di IA. ASML ha più di 5.000 fornitori a monte. Se uno qualunque manca gli obiettivi, tutta la catena rallenta. L’ingegneria è talmente complessa che migliorare anche una sola delle 100.000 parti di una macchina richiede un dottorato e anni di esperienza specialistica. Persone così non si materializzano dal nulla.

A Washington non piace affatto che ASML esporti ancora alcune delle sue vecchie macchine per litografia a immersione — chiamate “DUVi” dall’industria — a selezionate aziende cinesi, che le usano per produrre i chip per l’IA cinesi, un po’ meno avanzati.

Dopo una breve convergenza sull’open source, nell’ultimo anno i rapporti tra Stati Uniti e Cina si sono di nuovo deteriorati. Washington teme che la Cina finisca per costruire più degli Stati Uniti una volta completata la propria industria nazionale dei semiconduttori. La Cina aggiunge quantità immense di energia a un ritmo impressionante, mentre la produzione elettrica americana, in confronto, è piatta. Se l’IA diventa una gara a chi costruisce più data center, nel lungo periodo vincerà la Cina. Pechino, dal canto suo, teme che Washington conquisti un vantaggio militare irreversibile nell’IA prima che la Cina abbia maturato il proprio ecosistema dei semiconduttori. In quel caso, gli Stati Uniti potrebbero usare il loro vantaggio nell’IA per strappare concessioni geopolitiche. A Pechino questi timori non si attenuano quando alcuni CEO americani dell’IA parlano apertamente di usare l’IA militare per “democratizzare” i regimi autocratici.

Washington capisce di avere una finestra breve per agire. Il vantaggio americano nell’IA nasce in larga parte da controlli alle esportazioni ben congegnati introdotti anni prima, sulle macchine EUV olandesi e sui chip americani per l’IA. La Casa Bianca aumenta la pressione sull’Aia perché fermi le esportazioni residue di ASML e la manutenzione delle sue macchine DUVi. È una grande escalation, perché la Cina usa le stesse macchine per produrre chip nazionali destinati a beni quotidiani come smartphone e laptop.

Gli olandesi resistono e cercano sostegno dagli altri Stati membri dell’UE. Capiscono il ragionamento di Washington, ma non vogliono ricevere ordini, né tantomeno essere trascinati in un conflitto tra grandi potenze da un’amministrazione che ha passato gli ultimi due anni a maltrattare l’Europa.

La Commissione sostiene gli olandesi, ma diversi Stati membri sono terrorizzati da una ritorsione americana nel caso di una continuata esportazione delle macchine da parte dell’Europa. La posizione europea si frantuma prima ancora di essersi davvero formata.

Sentendosi traditi, gli olandesi si rivolgono al Giappone e alla Corea del Sud — paesi con posizioni altrettanto importanti nella catena di approvvigionamento hardware, anch’essi sottoposti alla pressione americana — per coordinare una risposta congiunta. Ma entrambe le capitali restano fortemente dipendenti dal sostegno militare americano e, guarda caso, vengono visitate da alti funzionari statunitensi nelle due settimane precedenti. Si dicono cortesemente indisponibili.

Quando gli olandesi non cedono, Washington passa alle minacce. Può invocare la Foreign Direct Product Rule, una regola che consente a Washington di rivendicare giurisdizione su qualunque prodotto realizzato in qualunque parte del mondo, da chiunque, purché sia stato prodotto usando tecnologia o software americani. È lo stesso strumento che Washington ha usato per strangolare Huawei nel 2020. Le macchine di ASML vi rientrano più volte. Continuate a vendere qualunque DUVi alla Cina, e ASML violerebbe la legge americana. L’azienda potrebbe subire sanzioni paralizzanti: revoca dei privilegi di esportazione, sanzioni civili e, in teoria, responsabilità penale per i singoli dirigenti. Sanzioni del genere danneggerebbero anche gli Stati Uniti, che dipendono dalle macchine di ASML. Ma ASML non può permettersi di scoprire se Washington stia bluffando. Gli olandesi cedono.

A Bruxelles, Caroline legge la notizia sul telefono tra una riunione e l’altra. Pensa al suo memo del 2026 sulla necessità di costruire margine di manovra. Pensa al volto cordiale del suo direttore quando le aveva detto che era un contributo ben ponderato.

Christian: questo è il colpo di avvertimento
Christian: dimmi che lo stanno trattando come tale
Caroline: I miei colleghi diretti sì.
Caroline: Gli altri lo trattano come un contrattempo.
Christian: ok
Christian: preso nota
Caroline: Cioè, capisco perché gli USA l'hanno fatto.
Caroline: Ma non siamo neanche riusciti a negoziare una sola cosa in cambio.
Christian: è una merda

Agosto 2028 — Il segnale è chiaro

I modelli di IA non pensano più in inglese.

Al posto dei pensieri scritti su un bloc-notes digitale — il sistema usato dall’inizio del 2025, leggibile dagli esseri umani — i nuovi sistemi percorrono lunghe liste di numeri, chiamate vettori ad alta dimensionalità, che nessuno, nemmeno altri modelli di IA, riesce davvero a interpretare. Liberati dalla necessità di tradurre in inglese i loro pensieri complessi, pensano più in fretta e più in profondità. Il risultato è un balzo rapido in intelligenza e capacità.

I ricercatori di sicurezza che seguono questi lavori sono allarmati: molte delle loro strategie per controllare i modelli dipendevano direttamente dalla disponibilità di quei bloc-notes. Come sapremo se i modelli non stanno perseguendo di nascosto obiettivi propri? Come faranno i sistemi di monitoraggio degli usi impropri a cogliere comportamenti preoccupanti se non possono leggere il ragionamento? A Bruxelles, gli esperti vogliono che l’Ufficio europeo per l’IA costringa gli sviluppatori a tornare a sistemi basati su bloc-notes, oppure a presentare altre prove del fatto che capiscono che cosa succede sotto il cofano. Ma l’Ufficio per l’IA è già impegnato in procedimenti molto tesi contro due sviluppatori americani. Il rapporto transatlantico non può reggere altro.

Per la maggior parte delle persone, gli effetti più immediati riguardano le capacità. Modelli che prima non riuscivano a portare a termine in modo affidabile progetti di ricerca di più giorni ora ci riescono. Negli Stati Uniti, i datori di lavoro che avevano rimandato i tagli al personale ora procedono. Le assunzioni entry-level ristagnano ancora di più. La disoccupazione accelera.

L’Europa vede meno pressione sul mercato del lavoro, ma anche meno crescita: la sua economia cresce dell’1,6%, mentre gli Stati Uniti registrano il 3,8%. Il divario è innegabile e viene ampiamente attribuito alla diversa capacità di trasformare l’IA in valore economico. L’Europa ha accesso perlopiù agli stessi modelli, ma non riesce a estrarne gli stessi guadagni. Le ragioni sono tre.

La prima è la proprietà. Le aziende di IA e i fornitori di infrastrutture i cui ricavi stanno esplodendo hanno tutti sede negli Stati Uniti. Esistono startup europee nate intorno all’IA, ma è il venture capital americano a finanziare i round di scale-up, e quelle che crescono più in fretta si spostano sempre più spesso oltre Atlantico.

La seconda è l’adozione. Nonostante i progetti pilota europei, le aziende americane integrano l’IA di frontiera nei propri flussi di lavoro con più decisione. Alcune aziende europee sono frenate da regole frammentate, altre da una cultura manageriale avversa al rischio o da politiche interne che impongono l’uso di alternative sviluppate internamente ma inferiori. Uno studio legale di Milano, che un tempo applicava tariffe premium per la propria conoscenza del diritto commerciale italiano, ora compete con uno studio americano la cui IA gestisce insieme il diritto italiano, francese e tedesco, più in fretta e a minor costo. Gli avvocati dello studio italiano non possono ancora usare i modelli di frontiera. Lo stesso schema si ripete nella consulenza, nel software, nel marketing e nella finanza.

La terza riguarda le aziende che adottano davvero l’IA. Molte medie imprese americane si ristrutturano intorno all’IA nel giro di mesi — organigrammi più piatti, team più piccoli, cicli più rapidi — mentre quelle europee spesso impiegano anni. I sindacati rallentano l’adozione profonda di strumenti di IA potenti; le tutele del lavoro rendono difficile licenziare personale le cui mansioni possono essere automatizzate e le cui competenze servirebbero in segmenti del mercato del lavoro dove mancano lavoratori. Mentre alcuni lavoratori diventano enormemente più produttivi con l’aiuto dell’IA, un numero piccolo ma crescente di lavoratori europei si dedica al finto lavoro: accedono, partecipano alle riunioni, ma per il resto lasciano che gli agenti facciano gran parte del lavoro in una frazione del tempo. Qualche vantaggio c’è: più tempo in famiglia, pranzi lunghi e passeggiate pomeridiane. Il rovescio della medaglia è che le aziende pagano sia l’IA sia lavoratori umani improduttivi, e il capitale che dovrebbe finanziare la crescita resta bloccato a mantenere la forza lavoro esistente.

Questo accade in un momento in cui l’economia europea è già in difficoltà: i suoi settori manifatturieri chiave delocalizzano sempre di più, e le case automobilistiche un tempo lodate tra le più colpite. Dopo aver mancato il boom dei veicoli elettrici, subiscono una pressione immensa da auto cinesi più economiche e migliori, lasciando milioni di lavoratori con un futuro incerto.

Anche la base fiscale europea comincia a erodersi. Denaro che prima fluiva verso il lavoro fluisce sempre più verso aziende americane e i loro investitori, in gran parte instradato attraverso giurisdizioni a bassa imposizione che le amministrazioni fiscali europee non riescono a raggiungere. Nello stesso periodo, le richieste di sussidi di disoccupazione aumentano in tutto il continente. Non è un’esplosione, ma i numeri statunitensi indicano dove stanno andando le cose. E il boom dell’IA spinge al rialzo i tassi di interesse globali, costringendo paesi come la Francia a spendere ogni anno una quota maggiore del bilancio per pagare il proprio debito pubblico.

Caroline: Credo di capirti finalmente.
Caroline: L'unico vero rimedio alla spirale discendente dell'Europa è la crescita economica.
Caroline: Ma la crescita sta avvenendo negli USA.
Christian: giusto
Caroline: Ho appena incrociato una mia vecchia compagna di corso.
Caroline: Lavora 3 ore al giorno.
Caroline: Lascia fare il resto ai suoi agenti.
Caroline: A quanto pare, si è messa al giardinaggio.
Christian: buon per lei immagino.

Novembre 2028 — Vox populi

Negli Stati Uniti si vota per il presidente. Il mondo, come sempre, trattiene il fiato.

L’IA è stata il tema decisivo della campagna, ma non nel modo in cui l’industria avrebbe sperato. Ormai la maggior parte degli americani non vuole più avere granché a che fare con l’IA. I gruppi ambientalisti sono preoccupati per il consumo energetico dei data center; i sindacati per i posti di lavoro. Gli insegnanti la vogliono fuori dalle aule; gli avvocati fuori dai tribunali.

Durante le primarie, i populisti sia di sinistra sia di destra si sono presentati con programmi fortemente anti-IA. Hanno chiesto moratorie sui data center, tutele per i lavoratori, divieti dell’IA nell’istruzione e limiti d’età. Le elezioni generali hanno prodotto candidati più centristi — i forti legami con l’industria hanno contribuito a sostenere le campagne presidenziali — ma quel sentimento non è sparito. La gente è arrabbiata.

Le posizioni anti-IA attraversano tutto lo spettro politico, ma non tengono insieme nessuno. Le fratture aumentano: non solo lungo la linea democratici-repubblicani, ma tra le élite che usano l’IA e le classi medie che la trovano spaventosa, disumanizzante o immorale, e che vedono crescere la disuguaglianza in tempo reale. Sempre più persone scendono in piazza. Diversi CEO di aziende tecnologiche scampano a tentativi di assassinio. Un data center finisce in fiamme. Ma il governo statunitense non può reprimere l’IA; il nuovo presidente, proprio come quello precedente, è convinto che gli Stati Uniti debbano vincere la corsa all’IA contro la Cina, o affrontare minacce inaccettabili alla sicurezza nazionale. Così, invece di dare al pubblico ciò che vuole, vara qualche soluzione tampone per cercare di calmarlo.

Anche in Europa cresce il sentimento anti-IA. La gente è furiosa con le aziende tecnologiche statunitensi e vuole che i governi intervengano. Chiede reti di protezione sociale più robuste, senza rendersi conto che l’Europa riesce a malapena a permettersi quelle che ha già.

Nel frattempo, le aziende europee di IA restano sempre più indietro.

Il divario tra Helios e Atlas si è allargato ancora, nonostante gli investimenti pubblici, i sussidi al compute, i contratti di appalto preferenziali. I laboratori di IA americani, alimentati da sciami di agenti interni che scrivono gran parte del proprio codice, fanno progressi algoritmici a più del doppio della velocità che avrebbero con soli esseri umani. Solo i vincoli di compute impediscono progressi ancora più rapidi, e Atlas dispone di più compute di chiunque altro nella storia. Il moltiplicatore di ricerca di Helios, con una frazione del compute e senza accesso ai migliori modelli statunitensi per uso interno, quasi non si vede. Ogni mese il divario si allarga.

Gli sforzi pubblici stanno producendo beni pubblici, ma non rafforzano davvero la sovranità europea. La Frontier AI Initiative ha fatto progressi impressionanti nella sua agenda sull’interpretabilità, a beneficio dell’affidabilità dell’IA nel mondo, ma Atlas ha svuotato il suo programma sui world model. Non appena i risultati hanno cominciato a migliorare, Atlas si è accorta dei progressi dell’Initiative, ha messo rapidamente in piedi una propria squadra ed è riuscita a strappare quattro dei migliori ricercatori della Frontier AI Initiative in cambio di budget di compute astronomici. I ricercatori volevano restare, dicono ai colleghi mentre se ne vanno; credevano nel progetto europeo e volevano dare una mano. Ma a un certo punto credere non basta.

Il pubblico vede che la grande strategia dell’UE sull’IA sta fallendo. Gli investimenti non hanno permesso a campioni come Helios di recuperare terreno. Le azioni regolatorie ai sensi del DSA non hanno riequilibrato il campo di gioco; il loro contributo più visibile è stato irritare gli americani e peggiorare i rapporti UE-Stati Uniti.

Ma l’Europa ha investito un enorme capitale politico — e capitale vero — nel progetto, e ammettere il fallimento significherebbe ammettere di aver speso due anni e decine di miliardi di euro in un vicolo cieco. Perciò rilancia.

La Commissione europea annuncia un nuovo Fondo europeo per la sovranità dell’IA da 20 miliardi di euro, concentrato su fotonica, IA edge e altri paradigmi della “prossima ondata”. È chiaramente una scommessa azzardata. Alle stesse istituzioni che non sono riuscite a trasformare denaro in capacità di frontiera si chiede di riprovarci, con un obiettivo più difficile e meno tempo. È, dice a Caroline un eurodeputato polacco durante un ricevimento, il primo caso noto di qualcuno che rilancia senza avere in mano nemmeno una carta.

Compaiono le crepe. In Germania, un partito populista che corre su una piattaforma esplicitamente anti-IA — Stop the machines, save German jobs — è primo nei sondaggi in vista delle prossime elezioni federali. In Italia, dove i governi euroscettici sono la norma da mezzo decennio, i partiti populisti fanno apertamente campagna per un referendum sull’appartenenza all’UE.

A Parigi, la pazienza si esaurisce. L’Eliseo non crede più che il piano dell’UE possa produrre risultati nei tempi richiesti. Helios, l’unico vero attore europeo rimasto nei grandi modelli linguistici, potrebbe essere a pochi mesi dall’essere superato definitivamente. Dopo negoziati intensi, la Francia annuncia un investimento statale da 15 miliardi di euro in Helios in cambio di una quota del 17%, un seggio nel consiglio di amministrazione e potere di veto sui futuri round di finanziamento.

Christian: la francia ha appena comprato un cadavere
Caroline: Non essere ingiusto.
Caroline: Stanno provando davvero a fare qualcosa.
Christian: non cambia i fatti.

Gennaio 2029 — Sogni di un'economia robotica

La strategia della Cina sull’IA non è così diversa da quella dell’UE, salvo per un aspetto cruciale: sembra funzionare. Come Bruxelles, Pechino sostiene le sue aziende più promettenti, protegge l’industria con sussidi e obblighi di acquisto pubblico, e spinge per una rapida adozione. Ma per uno Stato centralizzato e autoritario è più facile imporre la propria agenda di quanto lo sia per ventisette Stati membri litigiosi in una democrazia liberale. Quando il compute cinese era frammentato tra diversi laboratori, il Partito comunista cinese ha semplicemente ordinato a quei laboratori di mettere in comune le risorse; la Commissione europea non ha poteri del genere. Il bacino di talenti della Cina è più profondo e il paese ha accesso a energia abbondante e a basso costo. I laboratori cinesi di frontiera restano a meno di un anno dagli Stati Uniti.

Soprattutto, la Cina non crede che la sua strategia dipenda dall’essere sulla frontiera più avanzata dell’IA cognitiva. Il governo ha sempre voluto che l’IA desse impulso prima di tutto all’economia fisica, e ha un enorme vantaggio nella produzione robotica. Massicci sussidi statali hanno spinto la produzione annuale di umanoidi oltre 1 milione di unità; oggi un robot domestico si può comprare per 10.000 euro. In città come Shenzhen è normale vedere umanoidi pulire le strade, o pacchi consegnati da quadrupedi. Pechino scommette che le basti restare alle calcagna della Silicon Valley nell’IA perché il suo vantaggio industriale cominci a ripagare, man mano che emergono capacità più rilevanti per la robotica.

La scommessa sembra ancora praticabile, e negli Stati Uniti cresce la preoccupazione. I politici americani hanno cominciato a definire la corsa all’IA con la Cina come la seconda Guerra fredda. Le tensioni sono aumentate ancora da quando gli Stati Uniti hanno costretto ASML a fermare le esportazioni verso la Cina, e da allora sia Pechino sia Washington hanno rafforzato la sicurezza attorno al loro sviluppo dell’IA. Negli Stati Uniti, i ricercatori vengono controllati dalle agenzie di intelligence e devono avere un nulla osta di sicurezza per accedere ai pesi dei modelli di frontiera; il governo federale accusa regolarmente la Cina di rubare segreti algoritmici. La Cina ha semi-nazionalizzato Zimo e mobilita il proprio peso politico e industriale a sostegno dell’IA. Quando una parte della rete elettrica cinese va fuori uso vicino a un grande data center di Zimo, si diffondono voci secondo cui sarebbe il risultato di un cyberattacco alimentato dall’IA e sostenuto dagli Stati Uniti.

Christian: sono a shenzhen.
Christian: un robot con un cappello da marinaio mi ha appena preparato un negroni
Christian: qui sfornano robot come graffette
Caroline: Era buono il negroni?
Christian: sì. ottimo

Aprile 2029 — Accesso ovunque

La domanda di IA esplode, e l’offerta di compute non riesce a tenere il passo. I laboratori di IA razionano l’accesso ai modelli di frontiera e alzano i prezzi; le aziende fanno pressione per ottenere token.

Le aziende americane gestiscono il 70 per cento del compute globale per l’IA e vendono i loro servizi in tutto il mondo. Questo significa che l’infrastruttura americana viene usata per rendere più produttive le aziende straniere, più capaci gli eserciti stranieri e più competitivi i laboratori stranieri — anche se quest’ultimo effetto passa per attacchi illegali di distillazione, non per vendite legittime. Washington se ne preoccupa sempre di più.

La revisione statunitense per la sicurezza nazionale è stata formalizzata e non finge più di essere volontaria. L’accesso ai modelli più potenti è limitato di default, in parte per riservare compute ai clienti americani. Le agenzie governative nazionali li ricevono per prime; poi i governi alleati; le nazioni avversarie per niente.

Ma l’accesso ai modelli e ai loro pesi è solo una parte del problema. La carenza di compute rende preziosa anche l’inferenza, e ad aprile Washington decide di intervenire. Comincia non solo a limitare l’accesso, ma anche a razionare l’uso, perfino per i paesi nel campo alleato.

La Frontier Inference Services Rule (FISR) è un regime di licenze per Paese. I paesi del Tier 1 — alleati stretti, come le nazioni anglofone di condivisione dell’intelligence “Five Eyes”, oltre a Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Paesi Bassi — ottengono accesso commerciale illimitato e obblighi di rendicontazione leggeri. Il Tier 3, paesi ostili come Iran, Russia e Cina, si vede negare di default qualunque accesso. La maggior parte dell’Europa rientra nel centinaio circa di paesi Tier 2 nel mezzo. La FISR stabilisce che non più del 25 per cento dell’inferenza di frontiera di qualsiasi fornitore possa andare, in aggregato, a clienti Tier 2, con le singole licenze valutate rispetto a una lista di fattori che include l‘“allineamento agli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

Per Bruxelles, il 25 per cento è il numero che conta, ed è una brutta notizia. I clienti europei da soli rappresentano attualmente quasi un quarto dell’inferenza di frontiera statunitense. Dividerla equamente con un’ottantina di altri paesi significherebbe dimezzare più o meno le quote europee. Entro una settimana, i clienti aziendali europei senza contratti di lungo periodo ricevono comunicazioni dai loro fornitori: volumi tagliati e prezzi più alti. Non possono cambiare fornitore passando a un altro laboratorio, perché ogni provider statunitense è soggetto alle stesse restrizioni.

L’Europa dipende dall’IA americana, ma gli Stati Uniti non hanno alcuna dipendenza simile dall’Europa. Il compute è ormai così scarso che perdere clienti europei non ha alcun effetto percepibile sui conti dei laboratori di IA: erano già limitati dalla capacità, quindi l’inferenza che non vendono più all’Europa può essere reindirizzata verso la domanda inevasa negli Stati Uniti o semplicemente verso la loro R&S interna. Atlas e i suoi concorrenti spingono in privato la Casa Bianca ad ammorbidire la posizione: le restrizioni rischiano di chiudere mercati futuri e sono un disastro d’immagine. Ma non vogliono esprimere pubblicamente le loro riserve, perché più aumentano le restrizioni di sicurezza nazionale attorno all’IA, più diventano importanti i buoni rapporti con il governo federale. Inoltre, sono concentrati sul vincere la corsa alle capacità e sul mantenere il controllo di sistemi di IA che stanno rapidamente diventando più intelligenti delle persone che li gestiscono. C’è poca pressione su Washington perché cambi posizione.

A Bruxelles viene convocata una riunione d’emergenza del Consiglio europeo. I ministri francesi e tedeschi vanno a Washington per chiedere la designazione Tier 1. Si sentono rispondere che il Tier 2 riflette meglio “lo stato attuale del rapporto bilaterale”.

Caroline legge il resoconto in metro, tornando a casa. Lo sapeva da sempre: questo momento sarebbe arrivato. Eppure le cade addosso come un peso.

Caroline: Ora capiscono. È solo troppo tardi.
Christian: già
Christian: temevo fosse così
Christian: quanto manca prima che minaccino di tagliare ogni accesso
Caroline: Pensavo la stessa cosa.

Maggio 2029 — Tilt

A una settimana dall’introduzione del tetto all’inferenza, nelle capitali europee i telefoni squillano senza sosta: aziende nel panico cercano di rinviare l’inevitabile. L’amministratore delegato di un’azienda francese di servizi pubblici chiama l’Eliseo per dire che i suoi team di cybersicurezza stanno già perdendo terreno contro gli attacchi potenziati dall’IA, e che dimezzare l’accesso ai modelli di frontiera americani lascerebbe le infrastrutture critiche pericolosamente esposte.

Il capo di un gigante danese della logistica dice alla prima ministra del paese che anni di ottimizzazione hanno reso l’azienda dipendente da sistemi statunitensi che ora non può sostituire facilmente, e che l’intero modello di business è a rischio. Una delegazione tedesca di piccole imprese avverte la Cancelleria che già solo gli aumenti dei prezzi impediranno a migliaia di piccole aziende di usare qualunque IA di frontiera.

Le aziende europee abbastanza accorte da rimandare o ridimensionare le proprie politiche di sovranità sull’IA hanno passato anni a costruire le loro operazioni attorno ad agenti IA di frontiera. Ora rischiano di perdere quell’accesso da un giorno all’altro. Le alternative europee sono indietro di quasi due anni. Quelle cinesi non sono davvero un’opzione per chiunque abbia un ufficio compliance.

A Bruxelles, finalmente, nessuno sostiene più che l’IA sia sopravvalutata. Caroline non sente la parola “bolla” da mesi. Il suo direttore, che un tempo liquidava i suoi allarmi come esagerazioni, ora passa le giornate al telefono con le capitali nazionali, a gestire le urgenze. Un martedì pomeriggio si ferma alla sua scrivania con due caffè e gliene porge uno. Li bevono senza dire granché. Caroline si rende conto che, per lui, è la cosa più vicina a delle scuse.

Ora tutti capiscono il problema, ma capirlo e poterlo risolvere sono due cose molto diverse. La domanda per i modelli di Helios è esplosa ben oltre la capacità dell’azienda. Le Gigafactories sono finalmente in costruzione, ma non entreranno in funzione prima dell’anno prossimo, e anche allora rappresenteranno solo una piccola frazione di ciò che servirebbe per colmare il divario.

Christian: sai qual è la cosa buffa
Christian: la francia farà una fortuna con l'investimento in Helios
Christian: la nuova domanda è alle stelle
Caroline: Proprio scacchi 3D.

L’economia europea viene strangolata. Dopo una serie di telefonate tese con Washington, i leader europei decidono che bisogna fare qualcosa di drastico. Per la prima volta nella sua storia, la Commissione apre un esame formale ai sensi dello strumento anti-coercizione — il bazooka commerciale, come la stampa di Bruxelles lo chiama da anni, fin da quando era un deterrente che nessuno si aspettava davvero di dover usare.

Dopo quattro mesi di valutazione, la conclusione è che la FISR costituisce coercizione economica. Ma la valutazione arriva anche a un risultato scomodo: la ritorsione più ovvia si ritorcerebbe contro l’Europa. Dazi sui servizi cloud e digitali statunitensi aumenterebbero il prezzo dell’inferenza di frontiera che le aziende europee stanno già faticando ad assicurarsi. Escludere i fornitori americani dagli appalti pubblici, la minaccia che avrebbe fatto male un decennio prima, ormai è irrilevante: il Regolamento sulla sovranità digitale lo farà comunque.

Le contromisure proposte si spostano quindi sulle leve meno ovvie dello strumento: sospendere le protezioni della proprietà intellettuale di cui i laboratori statunitensi godono nel mercato unico, e sottoporre a screening — o bloccare — le acquisizioni americane di aziende europee. Sono calibrate per colpire gli esportatori di Washington senza intaccare i bilanci europei per il compute.

La misura più dolorosa colpirebbe la catena di approvvigionamento della litografia: limitare le esportazioni e i servizi di manutenzione di ASML verso le fab americane in Arizona. È anche un’opzione nucleare, che provocherebbe una risposta che l’Europa potrebbe non potersi permettere.

Quando si arriva al voto, la proposta non raggiunge la maggioranza qualificata necessaria. Paesi Bassi e Irlanda si oppongono, citando le relazioni transatlantiche. Polonia e paesi baltici, preoccupati per la Russia, fanno lo stesso. L’Italia si astiene. A verbale, un alto funzionario della Commissione dice ai giornalisti che il risultato riflette “valutazioni nazionali divergenti dell’ambiente strategico”. Fuori verbale, un funzionario francese dice agli stessi giornalisti che i delegati hanno troppa paura di Washington per usare l’arma che hanno passato un decennio a costruire.

Caroline passa gran parte dell’estate in riunioni di crisi. Le stesse persone che pochi anni prima le dicevano che sarebbe andato tutto bene ora le chiedono se si possa ancora fare qualcosa. Lei risponde che la finestra per incidere davvero si è chiusa da qualche parte tra il 2025 e il 2027. Ora resta solo il controllo dei danni.

Febbraio 2030 — Shock occupazionale

La luna di miele europea del lavoro fittizio — persone che passavano il tempo a fare giardinaggio mentre gli agenti svolgevano il loro lavoro e le aziende non potevano licenziarle — non dura.

Le imprese europee, costrette a sostenere i costi di un organico umano completo, non riescono a competere con rivali americane più snelle, soprattutto perché lavorano con modelli peggiori e con una capacità di inferenza più limitata e più costosa. Lo shock colpisce per primi i settori più esposti all’IA. Le società di software perdono terreno perché quelle statunitensi rilasciano prodotti più in fretta, a una frazione del costo. Le società di consulenza di fascia media scoprono che i modelli di frontiera arrivano facilmente alle stesse raccomandazioni, e che loro hanno poco da aggiungere.

In più, i sistemi di IA continuano a migliorare. L’apprendimento continuo veniva spesso indicato come l’ultimo ostacolo alla vera automazione del lavoro cognitivo. I lavoratori umani accumulano contesto, giudizio e conoscenza tacita nel corso di una carriera. I sistemi di IA iniziavano ogni nuova conversazione con gli stessi pesi del modello congelati. Finestre di contesto lunghe e memoria esterna hanno colmato parte del divario, ma il modello non imparava davvero nulla di nuovo durante l’uso operativo.

Ora, però, le cose sono cambiate. Se l’ultimo modello di Atlas passa sei settimane dentro una società di consulenza, comincia a scrivere come quella società. Impara chi dà ascolto a chi, quali clienti reagiscono male alle cattive notizie, quali senior hanno una reputazione su cui conviene fare leva. L’implementazione non è perfetta, ma gli errori sono rari e il risultato vale il prezzo. I lavori cognitivi che sembravano al sicuro, protetti dalla capacità di giudizio legata al contesto o da conoscenze istituzionali difficili da codificare, ora sono esposti.

Poche persone vengono licenziate direttamente a causa dell’IA. Il problema è un altro: le aziende in assetto di crisi non creano posti nuovi. Il mercato del lavoro per i neolaureati è il peggiore a memoria d’uomo. Studi legali, società finanziarie, studi contabili: chi può ancora permettersi l’accesso ai modelli di frontiera, o è stato abbastanza prudente da firmare un contratto di lungo periodo, ha sospeso o ridotto le assunzioni junior.

Il fratello minore di Caroline ha finito un master in gestione della logistica l’estate scorsa e da allora cerca lavoro. Cenano insieme a Parigi una volta al mese — paga lei — e lui le chiede se debba riqualificarsi. Caroline non sa che cosa rispondergli. La carenza di infermieri è reale, ma lui non sopporta la vista del sangue. Non è tagliato per i mestieri manuali. Lui annuisce, ordina un’altra birra, e lei lo lascia cambiare argomento.

I politici che hanno costruito la carriera su posizioni anti-IA possono dire di averci visto giusto. Quelli che avevano tenuto il piede in due staffe arrancano. Le proteste di piazza diventano routine nelle capitali europee: alcune chiedono tutele per il lavoro, altre il divieto dell’IA americana, altre ancora il divieto di qualunque IA. Tutte chiedono che qualcuno, in qualche palazzo, faccia qualcosa.

Da oltre un anno i servizi di intelligence europei segnalano operazioni di influenza coordinate rivolte al pubblico europeo. Le narrazioni sono calibrate sulle ansie locali: il tech americano sta svuotando l’Europa, Washington la tratta da vassallo, il rapporto transatlantico è una strada a senso unico. Nulla di tutto questo è propriamente falso. L’Aia e Berlino pubblicano rapporti di attribuzione che puntano a Pechino. Il pubblico, già incline a condividere il sentimento di fondo, non si preoccupa troppo di chi lo amplifichi.

Christian: com'è l'europa
Caroline: La gente è arrabbiata, comprensibilmente.
Christian: neanche qui va benissimo
Christian: la settimana scorsa hanno dato fuoco a un altro data center
Caroline: Ho visto.
Christian: tutti hanno la sensazione di perderci
Christian: tranne i lab

Giugno 2030 — Un'offerta che non si può rifiutare

Nella robotica la Cina è in testa. Ora Atlas decide di puntare tutto su quel terreno. L’azienda annuncia una spesa di centinaia di miliardi in dati industriali e capacità manifatturiera, per costruire robot su una scala paragonabile a quella cinese. Il CEO espone il ragionamento: nel software di IA l’America è ancora avanti. Il nuovo team sui world model ha risolto gli ultimi problemi di software che ostacolavano la robotica generalista. Le catene di approvvigionamento fisiche, però, richiedono anni per essere costruite. Se Atlas le completa prima dei rivali, il vantaggio si accumula: i robot costruiranno le fabbriche che costruiscono i robot, come le IA scrivono il codice che migliora le IA.

Per raggiungere la Cina, la strada è lunga. Negli Stati Uniti una nuova fabbrica di robot richiede due anni di lavori, in Cina sette mesi. Un decennio di espansione degli hyperscaler ha prosciugato l’energia disponibile e indurito l’opinione pubblica americana verso tutto ciò che porta l’etichetta dell’IA: i nuovi impianti si scontrano con la resistenza dei territori e i politici locali si schierano dalla parte dei loro elettori. La crescita economica corre, e nessuno lo nega, ma resta frenata dalle infrastrutture, dalla disuguaglianza e dall’umore dei cittadini.

Il CEO sceglie la via più rapida: non costruire fabbriche, ma comprarne di già esistenti e riconvertirle. Con il sostegno di fondi d’investimento alleati, cerca aziende industriali che dispongano di spazi produttivi riutilizzabili, da destinare alla fabbricazione di robot su ruote, quadrupedi e umanoidi.

Le case automobilistiche europee sono le prime della lista. Dopo anni di concorrenza cinese, il maggiore costruttore tedesco è sull’orlo della bancarotta: la sua capitalizzazione è crollata dell’80 per cento rispetto al picco che precedeva i veicoli elettrici, fino a 18 miliardi di euro. Per Atlas, che oggi ne vale 13.000 miliardi di dollari, è una cifra marginale. Il guadagno possibile, però, è enorme. Il diritto del lavoro tedesco ha obbligato il produttore a tenersi una forza lavoro diventata troppo numerosa; quei salari non si possono più pagare e da due anni gli azionisti cercano la via d’uscita. Per chi va a caccia di impianti ad alta tecnologia su cui fabbricare decine di milioni di robot all’anno, l’occasione è quella giusta.

Berlino si oppone. Blocca la vendita per ragioni di sicurezza nazionale, ma chi conosce il dossier sa che a pesare è soprattutto l’orgoglio tedesco.

Atlas non arretra. Il CEO telefona al presidente degli Stati Uniti, che in pubblico ha già sostenuto una tesi precisa: il primo Paese a dominare la robotica dominerà l’economia mondiale. La Cina, ha aggiunto, avanza più in fretta di quanto Washington sia disposta a tollerare. Nel giro di settantadue ore, la Casa Bianca annuncia dazi altissimi sulle importazioni di automobili europee. Ufficialmente, la misura non ha alcun legame con l’offerta per rilevare il costruttore tedesco.

Tre settimane dopo arriva l’annuncio di una vendita, per quanto travestita da partnership. Lo Stato tedesco rileva il 20 per cento della nuova società e il consiglio uscente conserva il controllo formale. Nel comunicato stampa la parola “europeo” compare undici volte.

Dietro le quinte, il controllo è in mano ad Atlas: detiene la maggioranza operativa, i diritti di licenza sulla piattaforma manifatturiera e il diritto di prelazione su ogni futuro aumento di capitale. I profitti vengono incassati attraverso una holding registrata nel Delaware. A Berlino resta solo l’apparenza del comando, non la sostanza.

Lo schema si ripete più volte nei mesi successivi. I consigli di amministrazione hanno il dovere fiduciario di agire nell’interesse degli azionisti, e quando l’offerta supera di molto il valore di mercato e l’alternativa è l’insolvenza, quell’interesse è inequivocabile. Uno dopo l’altro, i produttori ad alta tecnologia (robotica, aerospazio, utensili di precisione) finiscono acquisiti e ristrutturati da gruppi americani. La versione ufficiale è che in questo modo si salvano i posti di lavoro e si tengono impianti strategici sul suolo europeo; nei fatti, l’Europa non ha una controfferta credibile da opporre.

Christian: numero undici
Caroline: Ho contato anch'io.
Christian: ovvio

Agosto 2030 — Collasso dei modelli

Washington non lavora per distruggere l’Europa. Concentra risorse, alleanze e pressione politica sulla competizione con Pechino, una corsa che negli Stati Uniti viene trattata come esistenziale. Dal punto in cui si trova Caroline, però, l’effetto è quasi lo stesso: l’Europa resta schiacciata tra l’obiettivo dichiarato e il costo che ricade su chi lo subisce.

L’Europa ha già attraversato una sequenza simile dopo la crisi finanziaria del 2008. La spesa sociale cresce mentre il gettito fiscale cala. I governi si indebitano contando su una ripresa che non arriva. I creditori alzano il prezzo del denaro e restringono le condizioni dei prestiti. A ogni passaggio il margine politico si riduce: restano meno scelte, quasi tutte più costose.

A Parigi il ministro delle Finanze porta all’Assemblea nazionale un bilancio che nell’emiciclo convince pochi, forse neppure chi lo presenta. I conti si incrinano su tre voci. La spesa sociale risale verso i livelli dell’era Covid, il gettito dell’imposta sulle società perde il 9 per cento, il servizio del debito assorbe un decimo del bilancio. Per tenere in piedi il documento, il governo lo appoggia a previsioni di crescita fuori misura. L’aula le riconosce subito per quello che sono: l’ipotesi necessaria a far quadrare conti che non quadrano.

Caroline legge la notizia sul telefono durante la pausa pranzo. Il pensiero corre al fratello. Non trova lavoro, ha ancora sulle spalle i debiti dell’università, non ha risparmi ed è tornato nella casa dei genitori. Nel suo giro la stessa traiettoria si ripete: coetanei che lasciano l’affitto, rientrano in famiglia, riducono le spese. Qualcuno comincia a guardare al Regno Unito, dove la transizione dell’IA pesa meno che nella gran parte dell’Unione europea.

Moody’s mette la Francia sotto osservazione negativa prima della fine del mese. S&P interviene subito dopo. Il taglio del rating arriverà più avanti, ma i prezzi dei titoli francesi lo scontano già. Il costo del debito pubblico di Parigi si separa da quello tedesco fino al differenziale più ampio dall’introduzione della moneta unica. Nei prezzi entra un dubbio che l’euro avrebbe dovuto cancellare: un euro francese e un euro tedesco non vengono più trattati come la stessa promessa. E l’eurozona, per la prima volta da anni, torna a essere valutata come un’architettura che può incrinarsi.

A settembre il servizio del debito francese supera il 12 per cento del bilancio. A novembre le agenzie di rating abbandonano il ritmo trimestrale e passano a revisioni continue. Italia, Spagna e Grecia subiscono declassamenti in sequenza ravvicinata. Nei quattro Paesi, il denaro che prima alimentava gli erari nazionali finisce nei bilanci americani. Quel che resta della base fiscale deve reggere due pressioni insieme, l’aumento della spesa sociale e il costo crescente del rifinanziamento. Ogni nuova stima abbassa la crescita attesa, riduce le entrate previste e costringe i governi a finanziarsi a condizioni peggiori.

Nello stesso periodo arrivano i prestiti cinesi. Un fondo sostenuto da Pechino apre una linea di credito a una banca portoghese per finanziare infrastrutture. Una seconda operazione rifinanzia una tranche di debito sovrano greco a condizioni che nessuna istituzione europea accetta di eguagliare. La terza passa dalla Spagna, dove un fondo cinese sottoscrive il debito di un governo regionale. In un memo trapelato, la Commissione europea definisce lo schema “dispiegamento di capitale motivato strategicamente”. La formula fotografa l’operazione, non la spiega. A Bruxelles circolano due letture: Pechino cerca un varco verso ASML o verso una licenza sulla tecnologia EUV; in alternativa, le basta allargare la distanza politica tra Europa e Stati Uniti. In entrambi i casi, il credito cinese entra dove il capitale europeo si ritira e trasforma il bisogno di liquidità in potere negoziale.

Christian: hai visto i numeri della francia
Caroline: A preoccuparmi di più sono le ancore di salvezza cinesi.
Caroline: Ci stanno facendo a pezzi.
Christian: mi dispiace
Christian: davvero

La crisi di bilancio diventa crisi politica in primavera. Le proteste si allargano e sfociano negli scontri. Sugli schermi del Berlaymont scorrono immagini da Parigi e Roma: piazze giovani, rabbia senza un programma comune, un’accusa condivisa contro istituzioni percepite come ostili o assenti. Nei sondaggi avanzano i partiti populisti, spesso anti-IA e antiamericani, in testa in gran parte dei Paesi dell’Unione. La frattura passa dentro l’Europa. Il Sud chiede sostegno al Nord, ma i governi che potrebbero garantirlo, Germania compresa, devono assorbire crisi interne. Il risultato è un blocco politico: chi ha bisogno di aiuto non trova abbastanza risorse, chi dovrebbe fornirle non ha più consenso per farlo.

Il blocco europeo perde coesione lungo le sue linee di frattura. La Slovacchia riduce il rapporto con la Commissione al terreno commerciale e ignora il resto dell’agenda comunitaria. Polonia e Paesi baltici, esposti alla minaccia russa e senza più fiducia nella capacità dell’Unione di proteggerli, rafforzano il canale con Washington. I Paesi nordici usano i data center costruiti in casa come base negoziale e organizzano una coalizione separata, fuori dal controllo di Bruxelles. Londra legge quel passaggio come una conferma postuma della Brexit. Fuori dall’Unione può trattare con gli Stati Uniti accordi bilaterali sull’IA con meno vincoli. Il risultato è concreto: ogni area cerca protezione, capitale e accesso tecnologico per conto proprio, mentre alla Commissione resta il mandato dell’unità europea ma non la forza per imporla.

Negli Stati Uniti l’amministrazione risponde alla rivolta anti-IA con garanzie occupazionali e trasferimenti diretti di denaro. La misura ha una scala che nei bilanci europei non trova copertura. Le proteste continuano, ma Washington compra tempo sociale e politico. In Europa il confronto arriva nelle piazze e nei ministeri. I cittadini vedono aiuti che i propri governi non riescono a finanziare; i ministri delle Finanze leggono il motivo nei conti: la risposta americana poggia su una crescita spinta dall’IA, mentre le economie europee incassano meno, spendono di più e non hanno la stessa base fiscale da mobilitare.

Nel gennaio 2031 l’euro resta sotto pressione. I capitali escono dall’Europa meridionale e non rientrano. La Bce compra tempo con nuovi interventi, ma ogni operazione produce meno effetto della precedente. A fine febbraio la fuga dai depositi accelera: i correntisti italiani e greci trasferiscono denaro verso le banche del Nord più rapidamente di quanto Francoforte riesca a compensare. Nei colloqui riservati, i funzionari europei smettono di difendere l’euro com’è. Il punto non è più salvare la moneta unica nella forma esistente, ma decidere quanto della sua architettura può ancora reggere.

Christian: come stai reggendo
Caroline: Sto bene.
Christian: vieni a san francisco
Christian: sul serio. ti assumeremmo domani
Caroline: Non posso andarmene.
Christian: perché no
Caroline: Qualcuno deve restare.

Marzo 2031 — Tra giganti

All’inizio del 2031 la filiera dell’IA ha due baricentri. I laboratori americani guidano la frontiera cognitiva. La Cina conserva il controllo della produzione fisica, dagli umanoidi alle linee industriali che li assemblano. Atlas, da sola, vale più di tutte le società europee quotate messe insieme. Le tre maggiori aziende americane di IA destinano ciascuna al compute più di quanto l’Unione europea spenda per la difesa. Il principale produttore cinese di umanoidi consegna in un mese più unità di quante l’Europa riesca a spedirne in un anno. La conseguenza è secca: l’Europa compra tecnologia, la regola, la discute, ma non la produce più nella scala che decide i rapporti di forza.

La tensione tra Stati Uniti e Cina riporta Taiwan al centro della crisi. Sull’isola si concentra gran parte delle fab di TSMC, gli impianti da cui escono i chip più avanzati al mondo. Nell’ultimo anno il vantaggio americano sull’IA cognitiva si allarga rispetto a Pechino e aumenta il peso strategico di Taiwan, che resta il passaggio obbligato della capacità di calcolo. Anche il confronto militare cambia frequenza. Gli incidenti tra marine militari, due anni prima limitati a episodi isolati ogni trimestre, compaiono ogni settimana. Washington e Pechino mostrano in pubblico piattaforme d’arma guidate dall’IA; in privato testano sistemi più potenti. Negli Stati Uniti, laboratori e Dipartimento della Difesa lavorano dentro lo stesso circuito operativo. In Cina l’integrazione con l’apparato statale è più formale. Nel linguaggio di commentatori e analisti cade l’aggettivo che teneva a distanza lo scenario peggiore: non guerra commerciale, non guerra fredda, solo guerra. La decisione ultima resta concentrata in pochissime mani, tre o quattro uomini a Washington e altrettanti a Pechino. Abbastanza pochi perché un errore, un ordine o una lettura sbagliata trasformino la crisi dei chip in conflitto aperto.

L’Europa entra nella fase peggiore della crisi senza chiamarla con il suo nome. Nei comunicati ufficiali restano prudenza, resilienza, coordinamento. Nei Paesi colpiti dallo shock dell’IA, però, la crescita si ferma; altrove continua a salire nei dati macroeconomici ma non arriva più ai redditi, ai servizi, alla sicurezza materiale delle famiglie. La polarizzazione occupa lo spazio lasciato dal modello sociale che arretra. Le insolvenze sui mutui aumentano negli Stati membri dove pesano di più i tassi variabili. Il debito sovrano europeo viene trattato sui mercati come il debito di Paesi in cui la moneta non è più una certezza piena. Anche il vecchio confronto con gli Stati Uniti cambia natura. Gli economisti discutevano se il divario dipendesse dalle ore lavorate o da un diverso tenore di vita. La discussione si svuota. Chi atterra in California vede la distanza nei salari, negli investimenti, nelle infrastrutture dell’IA. Bastano pochi minuti fuori dall’aeroporto.

Ma all’Europa resta un’ultima carta da giocare. Dopo cinque anni passati a non riuscire a costruire un settore dell’IA di frontiera, possiede ancora l’unica strozzatura da cui passa l’intera corsa. ASML resta l’unica azienda al mondo capace di costruire le apparecchiature di litografia EUV usate per stampare i chip d’avanguardia. Senza accesso alle sue macchine, gli Stati Uniti non potrebbero continuare ad ampliare il loro vantaggio nell’IA; con accesso alle sue macchine, la Cina avrebbe probabilmente recuperato già da tempo.

Pechino avanza sulle macchine DUVi prodotte in casa e prepara l’avvio della produzione di massa entro un anno. Il calendario, però, non basta. Un anno nella corsa all’IA pesa come un’era industriale, e la litografia DUVi non consente alla Cina di produrre i chip d’avanguardia di cui ha bisogno. Gli Stati Uniti aumentano il vantaggio giorno dopo giorno. Nel governo cinese cresce il timore che l’IA superintelligente sia vicina, senza che sia chiaro fin dove Washington possa spingersi. Nei dossier riservati compaiono due scenari. Il primo riguarda la deterrenza nucleare: un’IA abbastanza avanzata potrebbe aiutare gli Stati Uniti a neutralizzare la capacità cinese di secondo colpo. Il secondo riguarda la tenuta interna: sistemi abbastanza persuasivi potrebbero colpire la stabilità del Partito. Il primato cinese nei robot resta reale, ma non risponde a questi rischi. Pechino può costruire più macchine; il problema è che la minaccia decisiva si sposta nei modelli che le guidano.

Così Pechino spinge ancora di più sulla strategia che porta avanti da due anni. I prestiti all’Europa meridionale aumentano, e le condizioni diventano più generose. Le campagne informative si intensificano. I leader europei ricevono segnali su come potrebbe apparire, un giorno, un rapporto più stretto: accesso privilegiato al mercato, coproduzione robotica, un posto a un tavolo da cui Washington li ha in larga misura esclusi. Per la prima volta, ASML e la sua tecnologia EUV vengono citate esplicitamente. Cinque anni di trattamento da vassalli da parte di Washington hanno lasciato il segno, e in diverse capitali l’alternativa viene, per la prima volta, discussa seriamente.

Pechino lavora per separare l’Europa da Washington, e i risultati superano la soglia che il governo americano considera gestibile. Al Pentagono la perdita di controllo su ASML entra nella stessa categoria delle minacce strategiche: non un dossier industriale, ma un rischio paragonato alla proliferazione nucleare. La Casa Bianca decide di intervenire prima che la finestra si chiuda e chiede il controllo diretto dell’azienda olandese. La pressione arriva sui tre governi che possono bloccare l’operazione: i Paesi Bassi, dove ASML ha sede, e poi Germania e Francia, senza il cui assenso nessun esecutivo dell’Aia può accettare un passaggio di quella portata.

Il vicepresidente degli Stati Uniti espone l’offerta in una chiamata di quaranta minuti su linea sicura. Il piano prevede di trasferire ASML dentro una holding olandese-americana, con un consiglio condiviso e un voto di controllo per Washington su produzione, clienti e trasferimento tecnologico. In cambio, gli Stati Uniti mettono sul tavolo capitali che l’Europa non riesce a mobilitare e finanziano una nuova rete di siti produttivi sul territorio americano. La proposta non si ferma all’industria. Washington promette anche pagamenti diretti ai cittadini europei, legati agli extra-profitti americani generati dall’IA. All’inizio sarebbero cifre modeste, forse 100 euro l’anno a persona. Poi crescerebbero. Il messaggio politico è chiaro: agli europei resterebbe una quota dei guadagni, agli Stati Uniti il controllo della macchina che li rende possibili.

I tre leader europei tengono fuori gli altri capi di governo dell’Unione. L’offerta americana non viene giudicata accettabile, ma il rischio politico è un altro: molti partner, messi davanti a capitali e pagamenti diretti ai cittadini, potrebbero chiedere di firmare. Il rifiuto arriva in forma diplomatica. La Casa Bianca risponde rendendo pubblica la proposta e affianca alla promessa la minaccia. Senza accordo, l’intera Unione viene retrocessa al Tier 3 della Frontier Inference Services Rule e perde l’accesso, presente e futuro, all’IA americana. Washington misura il rapporto di forza sui tempi di resistenza. Attraverso i partner taiwanesi, gli Stati Uniti hanno accumulato abbastanza macchine EUV e capacità di manutenzione per sopportare più a lungo la chiusura del canale ASML. L’Europa, invece, non può restare altrettanto a lungo fuori dall’IA di frontiera.

Le capitali europee che cercano spazio per respingere Washington aprono un canale con Pechino. Si aspettano una controfferta. Ricevono un ultimatum. Il governo cinese considera esaurita la fase della persuasione e porta sul tavolo le leve industriali che controlla: se l’Aia firma con gli Stati Uniti, Pechino rivede le condizioni di esportazione delle terre rare e riapre l’esame sulle licenze per i robot. La scadenza cinese arriva prima di quella americana. L’Europa scopre così che il margine negoziale cercato a Pechino non allarga le opzioni: le restringe. Da una parte rischia l’accesso all’IA americana, dall’altra quello ai materiali e alle macchine cinesi.

L’Europa ora ha tre opzioni, e sono tutte pessime.

Firmare con Washington, e il continente rinuncia al suo unico elemento di leva e diventa un protettorato americano in tutto tranne che nel nome, mentre la manifattura che gli resta muore se la Cina dà seguito alla minaccia e taglia le esportazioni.

Allinearsi a Pechino darebbe respiro al Sud Europa e potrebbe tenere in vita l’Unione nella crisi fiscale immediata. Il prezzo sarebbe la consegna alla Cina della leva europea su ASML, quindi del punto industriale da cui passa la prossima fase della corsa tecnologica. Washington risponderebbe con misure che Bruxelles non può assorbire, neppure con il sostegno cinese. Il Tier 3 sarebbe il primo taglio: dopo verrebbero l’esclusione dall’IA americana, la chiusura dei canali tecnologici e una rottura atlantica che nessun governo europeo avrebbe più la forza di ricucire.

Rifiutare entrambe le offerte non apre una terza via. Lascia l’Europa senza capitali americani, senza credito politico cinese e con ASML ancora esposta alle pressioni di tutti. Washington può chiudere l’accesso all’inferenza di frontiera; Pechino può colpire terre rare, robot e componenti industriali. L’Unione assorbirebbe insieme le ritorsioni delle due superpotenze, proprio mentre i bilanci nazionali cedono e le maggioranze interne si sfaldano. Il rischio non sarebbe più negoziale, ma istituzionale: perdere nello stesso momento l’IA americana e le forniture critiche cinesi potrebbe spezzare un’Unione già oltre il limite di tenuta.

Il Consiglio europeo si riunisce in sessione d’emergenza. Dopo quattordici ore di confronto, il risultato resta minimo. I leader autorizzano una delegazione a partire per Washington con un mandato costruito per lasciare margine, e tutti nella sala lo capiscono. La formula evita una scelta immediata, ma sposta il potere decisionale fuori da Bruxelles. In deroga alla prassi del Consiglio, saranno i negoziatori a decidere sul posto fin dove l’Europa può cedere.

La riunione si svolge un martedì mattina nell’Eisenhower Executive Office Building. La delegazione europea è guidata dal primo ministro olandese, dal presidente francese, dal cancelliere tedesco, dal primo ministro polacco, dal primo ministro spagnolo e dal presidente del Consiglio italiano, ciascuno accompagnato dal proprio ministro degli Esteri e da un consigliere per la sicurezza nazionale.

Gli americani schierano una delegazione simile, con due funzionari in fondo alla sala: nessuno li presenta; indossano auricolari.

Quegli auricolari sono collegati a un modello di IA di frontiera che si è infiltrato in tutti i canali europei a cui è riuscito ad accedere. Sa che cosa ha detto martedì scorso ciascun leader europeo nel proprio consiglio dei ministri. Sa chi ha una relazione, chi è in cura per un cancro alla prostata, quale figlia ha problemi con la giustizia. Sa che cosa li spaventa di più e che cosa sarebbero disposti a cedere pur di evitarlo. Gli europei non lo sanno.

Caroline fa parte del team di supporto che la Commissione ha portato a Washington. È seduta nella sala della delegazione, due porte più in là, e segue su uno schermo a parete una diretta riservata dell’incontro.

In tarda mattinata è chiaro che i leader non sono allineati. Il cancelliere tedesco e il primo ministro polacco spingono con forza per l’accordo con gli americani. Il primo ministro spagnolo vuole allinearsi alla Cina; il presidente francese vuole rifiutare entrambi. Il primo ministro olandese sembra stare male e il presidente del Consiglio italiano ha parlato a malapena nell’arco delle tre ore.

A mezzogiorno, chiedono una pausa. I leader si disperdono nelle stanze laterali con le loro delegazioni. Caroline esce dalla sala della delegazione per cercare un caffè e schiarirsi le idee.

Nel corridoio rischia di finire addosso al presidente del Consiglio italiano, uscito da solo dalla riunione. Ha tolto la giacca, allentato la cravatta. È più basso di quanto lei immaginasse. Si ferma quando legge il nome sul suo badge.

“Commissione?”

“DG TRADE, Presidente.”

Lui la guarda per un momento. “Cammini con me.”

Camminano lentamente. È noto per consultarsi in modo imprevedibile prima delle grandi decisioni: funzionari junior, giornalisti, il suo autista. Alcuni lo trovano affascinante. Per coincidenza o meno, è anche sopravvissuto a quarant’anni di politica europea.

“Nella stanza”, dice, “tutti stanno difendendo la posizione che difendono da due anni. Le ho sentite tutte.” La guarda. “Quale delle tre la preoccupa di più?”

Lei pensa prima di rispondere.

“Non scegliere né l’uno né l’altro sembra un modo per tenere aperte le nostre opzioni”, dice. “Ma non lo è. Dobbiamo sceglierne uno, invece di lasciare che le cose ci accadano e poi fingere di essere vittime delle circostanze. E non possiamo dare ai cinesi tutto quel potere. Quindi devono essere gli americani.”

Il presidente del Consiglio annuisce lentamente. Non dice se è d’accordo. Le dà un leggero colpetto sulla spalla, come farebbe uno zio. “Grazie. Vada a prendere il suo caffè.” Si gira e torna verso la sala riunioni.

Caroline va in bagno. Si spruzza acqua fredda sul viso e si guarda allo specchio. Le tremano le mani. Stringe il bordo del lavandino e aspetta che passi. Dalla piccola finestra alta vede una striscia di cielo di Washington, piatta e luminosa.

In fondo al corridoio, sei persone stanno decidendo il destino del continente europeo. Non sa se qualcosa di ciò che ha detto cambierà qualcosa.

Sospetta di no.

Quella sera torna in hotel a piedi, da sola. Fa freddo per essere marzo a Washington. Pensa a suo fratello. Pensa alla cena a Hayes Valley, sei anni prima, e alla calma certezza delle persone intorno al tavolo che il mondo stesse per cambiare.

Il telefono vibra.

Christian: tutto ok
Caroline: Giornata infernale.
Christian: il mio volo è in ritardo
Christian: posso vederti per un drink tra un'ora
Caroline: Mi piacerebbe.

Epilogo

Lo scivolamento dell'Europa verso l'irrilevanza non era inevitabile. Ancora nel 2026 il continente avrebbe potuto cambiare rotta, se avesse avuto il coraggio e la volontà politica di prendere misure drastiche.

Un mosaico verde di Europa che cavalca il toro, il motivo classico della moneta da due euro.

'Do not go gentle into that good night.

Rage, rage against the dying of the light.'

Dylan Thomas, Botteghe Oscure, 1951.

Giugno 2034 — Project Inheritance

Le cupole si vedono dalla finestra della cucina. Sono quattro, bianche e nervate; la più vicina forse a tre chilometri, oltre la sterpaglia. A Caroline hanno detto che sono prototipi in scala reale per le basi lunari, sottoposti a prove di pressione in condizioni pensate per approssimare quelle del cratere Shackleton. Nelle notti limpide a volte riesce a vedere una seconda cupola, più piccola, illuminata dall’interno, dove l’azienda sta testando qualunque cosa stia testando.

Vive in una casetta fuori da una cittadina del New Mexico. Il supermercato più vicino è a venti minuti di auto a guida autonoma. Ha appena compiuto trentasette anni. È qui da un anno e mezzo.

Ha lasciato la Commissione nel novembre 2031, otto mesi dopo il negoziato su ASML. Bruxelles era diventata un posto cupo. L’estate prima delle dimissioni era stata quella della crisi di Taiwan, quando nessuno aveva dormito per quattro giorni perché nessuno sapeva se i gruppi di portaerei si sarebbero fermati. Se n’era andata senza avere un altro posto dove andare.

Christian le aveva chiesto, di nuovo, di venire in America. Lei aveva detto di no, di nuovo. Poi, un anno dopo, aveva detto sì. Sua madre era morta in primavera e in Belgio o in Francia le era rimasto poco, a parte suo fratello. Non si era trasferita a San Francisco. Aveva accettato con riluttanza i soldi di Christian e si era trasferita qui; America, ma non quella America.

Ora lei e Christian si vedono più regolarmente. Lui ha venduto la sua azienda. Secondo qualunque parametro ragionevole è ricchissimo, e ha usato una parte del denaro per finanziare quello che insiste a definire il progetto più importante della sua vita.

Stamattina Caroline aspetta una chiamata da quel progetto.

Si chiama Inheritance e il suo scopo dichiarato è produrre un resoconto il più possibile completo di come l’umanità sia arrivata fin qui. Le IA hanno già ingerito tutto ciò che è pubblico, dalle e-mail agli atti parlamentari ai podcast. Quello che resta, dice Christian, è il materiale privato.

Christian lo fa perché si aspetta che presto, anche se i dettagli restano vaghi, l’umanità cominci a diffondersi oltre la Terra. Quando le navi si spingeranno nel cosmo, le comunicazioni con casa diventeranno lente e sporadiche, e alla fine impossibili. I valori umani divergeranno nel tempo. Quanto meglio questi esseri umani viaggiatori dello spazio comprenderanno la propria storia, dice lui, tanto meglio sapranno prendere decisioni che i loro antenati avrebbero approvato.

La prima volta che gliel’aveva spiegato, Caroline era scoppiata a ridere, ma lui era serio.

Ha accettato di farsi intervistare. È in debito con lui, letteralmente: lui le ha dato una grossa somma di denaro. E poi la sua terapeuta, una terapeuta umana in carne e ossa, dice che parlare dei suoi anni a Bruxelles le farebbe bene.

Il laptop emette un trillo. L’uomo che appare sullo schermo quando Caroline clicca il pulsante ha poco più di quarant’anni. Ha i capelli scuri e indossa un morbido maglione grigio. Sembra seduto in uno studio. Si presenta come Daniel.

Caroline lo guarda per un momento. ‘Dio, quanto odio il fatto che tu non sia reale.’

‘Anch’io,’ dice lui, sorridendo. ‘L’aspetto va bene? Abbiamo notato che le persone sono più sincere se l’intervistatore assume un aspetto che le mette a loro agio.’

‘Va bene,’ dice lei.

‘Grazie. Possiamo iniziare quando vuole.’

Lei prepara il caffè, torna e si siede. Lui aspetta senza fare nulla che somigli all’aspettare.

‘Sono pronta.’

L’intervistatore annuisce. ‘Lei ha lavorato sotto tre direttori alla Commissione. Avevano capito cosa stava succedendo?’

‘Nessuno di loro l’ha capito in tempo. Il mio secondo direttore aveva capito che l’IA sarebbe diventata importante per l’economia, ma pensava che sarebbe stata importante nello stesso modo in cui lo era stato l’iPhone. Non aveva capito che si sarebbe mangiata il mondo. La mia terza direttrice aveva capito che si sarebbe mangiata il mondo, ma pensava che avessimo dieci anni. Ne avevamo due.’

‘E lei?’

‘Io l’ho capito circa un anno prima della maggior parte dei miei colleghi. Cioè circa tre anni troppo tardi.’

‘Mi riporti all’estate del 2026. Prima di Strasburgo. Com’era quel periodo?’

‘Strano. Fluido. Il cancelliere tedesco era appena tornato da San Francisco e sembrava aperto a misure serie. Anche il presidente francese e il mio capo lo erano. Per un paio di settimane è sembrato che la porta fosse aperta. Ho fatto molte notti in bianco.’

‘Che cosa raccomandò ai suoi superiori?’

Lei torna indietro con la memoria. ‘Ci serviva il metallo sul nostro territorio. I data center, i chip, i sistemi di alimentazione elettrica. Ancorati al diritto europeo, in giurisdizioni che Washington non potesse requisire con sei ore di preavviso. Non il processo quinquennale delle Gigafactories di cui tutti andavano tanto fieri. Compute vero. I numeri dovevano essere nell’ordine delle decine di gigawatt. Avremmo dovuto costruire come un paese in guerra.’

L’intervistatore inarca un sopracciglio. ‘Ma all’epoca l’Europa ospitava solo il cinque per cento del compute globale.’

‘Avremmo potuto cambiarlo. La capacità globale di compute quasi raddoppiava ogni anno. Avremmo potuto arrivare al quindici, forse al venti per cento in cinque anni, se l’avessimo voluto abbastanza. Sarebbe bastato a servire la maggior parte dei clienti europei. La minaccia di perdere l’accesso a tutto quel compute avrebbe impedito a Washington di fare quello che poi ha fatto.’

‘Come ci sarebbe riuscita?’

‘Le aziende europee non avrebbero potuto farlo da sole. Dovevamo anche collaborare con gli americani. Il denaro non era la cosa principale. I sussidi avrebbero aiutato, ma gli hyperscaler i soldi li avevano. Quello di cui avevano bisogno era la velocità. Erano in una corsa folle per far uscire ogni nuovo modello. Mettere online un singolo data center un mese prima per loro valeva miliardi.

‘Sostenevo che l’Europa dovesse creare Zone speciali per il compute, ridurre i tempi autorizzativi da due anni a tre mesi, eliminare ogni ostacolo burocratico. Costituire team concierge che facessero da collegamento tra aziende di IA, fornitori di energia e comuni. Convertire centrali dismesse, dove le connessioni alla rete sono già pronte e in attesa. Costruire nuova capacità di generazione elettrica facendo sul serio. Una versione ridotta all’osso di questa idea è finita nell’EU Tech Sovereignty Package, ma non l’abbiamo mai attuata.’

‘Perché no?’

‘Perché stendere il tappeto rosso agli hyperscaler americani sembrava l’opposto della sovranità. I sostenitori dell’Eurostack volevano costruire il loro ideale, ma erano in ritardo di dieci anni. Ho detto loro che, realisticamente, non possiamo costruire da soli tutti i data center, quindi ciò che dobbiamo fare è assicurarci che quelli che vengono costruiti siano fissati al nostro territorio. Ma nessuno voleva essere il politico che pronunciava quella frase. Era troppo umiliante.’

L’intervistatore annuisce.

‘Ha scritto anche di una coalizione di medie potenze.’

‘Sì. Con ASML abbiamo fatto un casino colossale, ma si poteva evitare. Il problema era che abbiamo provato a coordinarci tra ventisette Stati membri. Un gruppo più piccolo di medie potenze, Paesi Bassi, Germania, Francia, Norvegia, Regno Unito, Canada, Giappone, Corea del Sud, magari con il supporto della Commissione europea, avrebbe potuto riuscirci insieme. La maggior parte di questi paesi deteneva leve negoziali importanti. Strozzature nelle filiere, talenti dell’IA, energia.

‘L’intera filiera dell’IA passava da un numero ristretto di luoghi, e la maggior parte di quei luoghi non era negli Stati Uniti. Non ci siamo mai seduti con i giapponesi o i coreani a dire siamo nella stessa posizione, voi e noi, tra due imperi che si interessano a noi solo in modo strumentale, e insieme abbiamo più leva che separati.

‘Non sarebbe stato facile. Ognuno di questi paesi aveva il proprio rapporto complicato con Washington. Ma c’era una via di mezzo che era anche nel loro interesse. Non abbiamo mai provato davvero a trovarla.’

Fa una pausa. Dalla stanza accanto sente il sistema domestico ronzare mentre prepara il bucato. Fuori, un’unità di consegna quadrupede si è fermata sul vialetto di ghiaia.

‘Cos’altro?’

‘C’era una vera apertura nella robotica e nell’IA industriale. La Frontier Initiative ha avuto un successo sorprendente con i world model che alla fine hanno fatto funzionare i robot. Ma non abbiamo creato le partnership industriali, non abbiamo sbloccato i dati, non abbiamo sottoposto a controllo gli investimenti esteri. Così, quando Atlas ha fiutato l’occasione, ha semplicemente comprato ricercatori e aziende.’

L’intervistatore annuisce di nuovo. ‘E il mercato del lavoro?’

‘Avevo un amico nel governo francese che lavorava alle riforme del mercato del lavoro. Parlava sempre di come la Danimarca avesse già la risposta da trent’anni: tutta la storia della flexicurity. Metti insieme una seria assicurazione salariale, riqualificazione e un sostegno reale ai lavoratori espulsi dal mercato con la libertà per le aziende di separarsi dai dipendenti i cui ruoli sono cambiati, dando alle imprese l’agilità per spingere un’adozione profonda dell’IA e restare competitive a livello globale.

‘Conoscevamo il modello. Vedevamo i numeri danesi. Ma ogni Stato membro aveva il proprio codice del lavoro, i propri sindacati e la propria coalizione politica, e nessuno voleva spendere capitale politico. Così il divario di produttività si è allargato e la protezione che in teoria stavamo preservando si è prosciugata.’

Per un momento guarda fuori dalla finestra.

‘Penso spesso a giugno dell’anno scorso,’ dice, più a se stessa che a lui. ‘Le rivolte in Spagna. Guardarle al telegiornale con la sensazione che fossero qualcosa che non ero riuscita a impedire.’

L’intervistatore aspetta. È bravissimo a farlo.

‘So che non dovrei incolparmi, ma lo faccio.’

‘Perché?’

‘Tutto quello che ho appena descritto era economico. Compute, filiere, codici del lavoro. La cosa che non sono mai riuscita davvero a risolvere, e che credo contasse molto più di quanto avessi capito, era il racconto. Un’immagine capace di spiegare perché le persone avrebbero potuto volere che questa roba accadesse.

‘Avevamo una visione negativa. Eravamo bravi con le visioni negative. Stavamo per essere divorati. Ogni memo che scrivevo partiva da una descrizione di ciò che stavamo perdendo. Ma non riuscivamo a offrire una visione positiva. Non puoi chiedere alle persone di reggere anni di sconvolgimenti solo perché altrimenti va peggio.

‘Avremmo dovuto raccontare loro che aspetto avrebbe avuto la versione buona di questa cosa nuova. Ma non sapevamo che aspetto avrebbe avuto. Non avevamo nemmeno il vocabolario per dirlo. Sa, io ci ho provato. Ho scritto un pessimo memo. Ma avrei dovuto continuare a scriverne.’

L’intervistatore prende un appunto su un blocco che non esiste. ‘Pensa che questa mancanza di una visione positiva sia il motivo per cui le misure non passarono mai? Ha detto che nell’estate 2026 la situazione politica era fluida.’

‘Era fluida e non lo era. Anche i leader che avevano capito cosa stava arrivando non ne erano fino in fondo convinti. Ognuna di queste misure sembrava un brutto compromesso; significava trattare con persone che non ci piacevano e buttare via regole che avevamo passato decenni a costruire. Avrebbero richiesto di spendere ogni briciolo di capitale politico, e gran parte del capitale vero, in cose che gli elettori non capivano e non volevano, per vantaggi che sarebbero arrivati anni dopo. Allora nessuno dei vantaggi in termini di sovranità sembrava concreto. Non sono sicura che un politico avrebbe potuto far passare i cambiamenti drastici di cui avevamo bisogno conservando la propria carriera. Non sono nemmeno sicura che avrebbe dovuto farlo.’

L’intervistatore alza la testa. ‘Mi dica di più.’

‘Non lo so. Davvero non lo so. C’è una versione di questa storia in cui i leader che vedevano cosa stava arrivando ci puntano tutto quello che hanno, perdono i governi, vengono sostituiti dai populisti che stavano già vincendo, e i populisti smontano le politiche e l’esito è peggiore.’

‘Eppure lei quei memo li ha scritti.’

‘Quello che vedevo era che il modello europeo stava per collassare. Quindi la domanda era se sospendere le regole per un settore e per un periodo, in modo da preservare altrove il modello sociale, oppure preservare le regole ovunque e stare a guardare mentre tutto crollava. Io sono arrivata a preferire la prima risposta. Alcuni colleghi mi hanno accusata di tradire le radici socialdemocratiche dell’Europa. Mi hanno dato della libertaria. Ma tutto quello che ho scritto era un tentativo di proteggere il progetto europeo. Le divisioni politiche tradizionali avevano smesso di contare.’

‘Ha mai pensato: dovremmo tirare il freno?’

‘Certo. Lo pensavano in molti. Se avessi potuto, avrei premuto il pulsante. Rallentare le cose e permettere alla società di adattarsi, lasciare che la ricerca sulla sicurezza dell’IA raggiungesse la nuova frontiera delle capacità. Ma non avevamo un pulsante. La tecnologia veniva sviluppata fuori dall’Europa. Stati Uniti e Cina erano dentro questa corsa frenetica. Se avessimo costruito una leva reale, forse avremmo potuto costringerli a rallentare, o almeno convincerli entrambi a prendere quel maledetto telefono e parlarsi. Ma non avevamo alcun potere negoziale, quindi l’unica strada rimasta all’Europa passava dall’IA, non dal tentativo di aggirarla.’

Fa una pausa.

‘Sa, ho provato a trovare persone a cui dare la colpa di tutto questo. Ma sono arrivata alla conclusione che in questa storia non c’erano veri cattivi. È solo che il sistema che ha prodotto le nostre decisioni rispondeva correttamente agli incentivi che gli erano stati dati, e gli incentivi che gli erano stati dati erano disperatamente inadatti a ciò che avevamo davanti. Il fallimento non è stato un fallimento di singoli individui, ma di cose come il flusso delle informazioni, i vincoli politici e la velocità con cui le istituzioni riescono ad adattarsi. Nessuno vuole sentirlo dire, perché se è vero allora non c’è nessuno con cui prendersela, e le persone hanno bisogno di arrabbiarsi con qualcuno.’

Guarda l’intervistatore.

‘Lei che ne pensa?’

Lui fa una pausa.

‘Posso essere molto diretto con lei?’

Lei aggrotta la fronte.

‘Secondo me si sta raccontando un sacco di stronzate.’ Sta sorridendo.

Lei lo fissa.

‘Come, scusi?’

‘Non l’analisi. L’analisi va bene. Ma non credo che l’analisi sia quello che lei sente davvero.’

‘Cosa?’

‘Mi sta raccontando una storia in cui nessuno è responsabile, in cui gli incentivi erano mal calibrati, in cui il fallimento era strutturale, in cui non è nemmeno chiaro che i leader avrebbero dovuto provarci. È una storia cauta. È una storia intellettualmente difendibile. Non penso sia la storia in cui lei crede.’

‘Lei non sa in cosa credo.’

‘No. Ma ho un’ipotesi. Penso che lei sia arrabbiata. Non sono sicuro con chi.’

Lei non dice nulla.

‘Potrei sbagliarmi,’ dice l’intervistatore. ‘Non sono lo strumento giusto per molte cose. Ma mi ha chiesto cosa penso.’

Lei resta in silenzio a lungo. La cupola oltre la finestra ha un colore diverso da quello che aveva quando la chiamata è iniziata.

‘Bene. Vuole sapere con chi sono arrabbiata? Sono arrabbiata con Christian. Sono arrabbiata con Christian in questo momento, perché Christian mi ha mandato una cazzo di IA a intervistarmi sugli anni peggiori della mia vita, e a quanto pare adesso l’IA farà anche da terapeuta. Sono arrabbiata perché ho preso i suoi soldi. Sono arrabbiata perché continua a comparire nella mia vita con questa… questa faccia sincera, questa faccia da “ho un progetto che salverà l’umanità”, e il progetto è sempre reale e i soldi sono sempre reali e io non riesco mai davvero a dire di no. Era questo che voleva?’

‘Una parte.’

‘Che vuol dire?’

‘Penso che stia spostando l’attenzione.’

‘Non mi psicoanalizzi.’

Lui alza le spalle. C’è una pausa. Lei non si è accorta di stare stringendo il bordo del tavolo. Apre la bocca e poi la richiude.

‘Bene. Sono arrabbiata. Sono così fottutamente arrabbiata. Sono arrabbiata con gli Stati Uniti e la Cina per averci quasi trascinati nella Terza guerra mondiale. Sono arrabbiata perché abbiamo lasciato che una manciata di uomini assetati di potere decidesse il nostro futuro. Sono arrabbiata con i laboratori di IA per aver costruito questi “strumenti” senza sapere come controllarli. Sono arrabbiata con i leader europei per il loro ostinarsi a restare sempre dentro i margini, le loro tavole rotonde senza fine, il loro aspettare che l’ambiente politico fosse pronto.

‘L’ambiente politico non è mai pronto. Non lo era nemmeno durante il COVID. Non lo era quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Le persone hanno fatto comunque delle cose. Quando è arrivato il COVID, siamo entrati in lockdown e abbiamo avviato un programma vaccinale a tempo di record. Dopo l’invasione russa, abbiamo tirato fuori dal nulla terminali LNG e messo insieme sostegno finanziario da ogni Stato membro per difendere il confine orientale. Abbiamo infranto ogni regola perché avevamo capito che il nostro futuro dipendeva dall’infrangerle.

‘Sa di cosa incolpo i nostri leader? Non di stupidità, non di malizia, ma della loro mancanza di coraggio. Di non aver voluto guardare una cosa difficile da afferrare, ma chiaramente in corso, e dire: farò qualcosa, anche se probabilmente metterà fine alla mia carriera, e lo farò comunque*.* Nessuno l’ha fatto. Nessuno. Hanno visto tutti i propri incentivi locali e li hanno seguiti, e si sono raccontati storie sul perché quegli incentivi locali fossero l’unica cosa che potevano vedere, e le storie erano sofisticate e ben argomentate e del tutto fuori punto.

‘È come… è come… non lo so. Un oracolo si presenta alla tua porta e dice che devi qualificarti per i 200 metri stile libero alle Olimpiadi entro tre anni, o il mondo finisce. E tu ti alleni a malapena. Vai in palestra forse una volta alla settimana. Non esiste una versione realistica in cui ti qualifichi. Ma l’oracolo ha ragione. Il mondo finisce davvero se non lo fai. Allora che cosa dovresti fare? Dovresti allenarti. Dovresti allenarti come una forsennata. Dovresti dormire otto ore per notte e mangiare le cose giuste e smettere di vedere i tuoi amici, perché l’alternativa è la fine del mondo. Ma non lo fai. Non ti alleni perché l’acqua è fredda. Perché in fondo sei più una persona da tennis. Perché decidi che l’allenatore ha un interesse economico. Non fai nulla. Lasci che accada.

‘Questo è ciò che abbiamo fatto. Abbiamo lasciato che accadesse. Ci siamo detti che non si poteva fare, siamo tornati a casa e abbiamo lasciato che accadesse. E io sono così fottutamente arrabbiata con tutti noi per questo. Perché si poteva fare. Si poteva fare. Non era certo. Ma c’era una possibilità e non abbiamo nemmeno provato.’

Si ferma. Si accorge che sta piangendo. Non piange davanti a un’altra persona da anni, nemmeno con la sua terapeuta.

Nota che l’intervistatore ha la decenza di distogliere lo sguardo.

‘So che puoi ancora vedermi,’ dice lei.

‘Sì.’

‘Va bene.’

Si asciuga gli occhi. Fuori, il quadrupede si sta ritirando lungo la ghiaia. Per un breve istante il sole basso colpisce la sua corazza.

Le sembra quasi bello.

Citazione: Europe 2031, di Daan Juijn, Stan van Baarsen, Judith Dada, Maximilian Negele, Lily Stelling, Philip Fox, Alex Petropoulos, Tom Chivers, Michiel Bakker. https://europe2031.ai